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Compagnia del Balletto del Teatro dell’Opera di Astana

Spartacus

Storica e trascinante coreografia di Yuri Grigorovich


di Mario Dal Bello


Non ci si finisce mai di stupire di fronte alla danza. Arte in sè misteriosa e ardua, perché si tratta di dar forma visibile e plastica attraverso l’uso del corpo – in moto o in stasi - a ciò che invisibile , ossia i sentimenti più forti ed intimi dell’animo. Nel caso, lo struggimento per la libertà. Al Teatro dell’Opera di Roma il primo e 2 luglio la Compagnia del Balletto del Teatro dell’Opera di Astana, in Kazakistan, ha presentato Spartacus nella storica e trascinante coreografia di Yuri Grigorovich, la stessa realizzata per il Bolscioi di Mosca nel 1968 sulla sfolgorante, tumultuosa musica di Aram Khachaturian.

Una scena del balletto Spartacus


La vicenda del gladiatore ribelle, narrata nel grande film di Kubrick del 1960, fu composta dal musicista nel 1941 durante la guerra. Il sogno della libertà si interseca con quello dell’amore. E infatti il prorompente atletismo del giovane Bakhtiyar Asamzhan colloquiava nei duetti d’amore lirico con Aigerim Beketayeva, emblema di una femminilità piena di grazia e di poesia, sia negli “ a due” come negli “assoli”. L’unità armonica tra la parte virtuosistica - eccellente nei due come in tutto i l corpo di ballo e nel Crasso di Arman Urazov – e l’orchestra di spirito giovanile dal suono trascinante ha prodotto uno spettacolo applauditissimo a ragione, presentando quell’unità inscindibile tra musica e danza che forma alla fine una cosa sola: ossia la luce dell’arte e la riprova della tradizione di altissimo livello dei corpi di danza dell’Europa orientale.



(Giovedì 4 Luglio 2019)


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