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Analizzato nel volume di Vittorio Renzi

Kim Ki-duk

Edito dalla Dino Audino Editore


di Paola Galgani


Con un linguaggio chiaro e comunicativo il giovane critico Vittorio Renzi ci offre un ritratto ben definito di Kim Ki-duk, un regista amatissimo soprattutto negli ultimi anni - in seguito alla partecipazione di alcuni suoi film a prestigiosi festival internazionali: Locarno, (Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, nel 2003), Venezia, (dove, nel 2004, gli è stato assegnato il Leone d’argento al film Ferro 3) Cannes (dove, lo scorso anno, ha presentato il suo ultimo lavoro, L’arco).

Con questo volume l'autore ci aiuta a capire i motivi di tanto successo tra il pubblico occidentale e a cogliere i temi, la stilistica, l’essenza di questo autore altrimenti spesso frainteso, oggetto di moda, e tacciato, secondo le sue parole, da 9 su 10 dei critici coreani di essere semplicemente “un pazzo vizioso”.
Grazie ad un’accurata indagine entriamo nel vivo della filmografia del regista: molte delle sue 12 opere sono di difficile reperimento in Italia, e quindi risultano più preziose le schede complete con l’analisi di ogni film, le dichiarazioni dello stesso autore, i commenti della critica internazionale e, quando possibile, la scaletta scena per scena. Ci accompagna, strumento essenziale oltre alla filmografia, la biografia, grazie alla quale scopriamo ad esempio quanto Kim Ki-duk amasse studiare da autodidatta, sia per la regia sia per il suo primo amore, la pittura, la cui influenza si avverte in molte scelte della maturità artistica.
Renzi non si limita ad esaminare il fenomeno Kim Ki-duk come un fatto isolato, ma situandolo nell’ambito dell’intera cinematografia coreana di cui ripercorre la storia, dalla terribile fase iniziale al periodo alla democrazia degli anni ‘80, quando si consolida di un cinema di genere e ad una serie di formule e stereotipi fino agli anni ‘90, in cui si apre una grande stagione di successi commerciali che superano i concorrenti americani.
Segue il periodo dei festival fino alla nascita, alla fine anni ‘90, di una “nouvelle vague coreana”, sensibile ai temi personali affrontati in una maniera realistica ben lontana dalla tradizione melodrammatica e sentimentale. Di questa nuova sensibilità l'autore sottolinea il passaggio da un cinema coreano rassicurante e convenzionale, sia nei temi sia nel linguaggio, ad una visione dell’uomo decisamente non ottimistica: un cinema che funziona per paradossi, iperboli, provocazioni, esattamente come quello di Kim Ki-duk, più estremo nel nichilismo del primo periodo, più aperto alla speranza nel secondo - quando si attua la cosiddetta “conversione zen” di Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera.


Del percorso artistico e stilistico del regista sono individuate tre figure ricorrenti di quel conflitto che è presente pressochè in tutte le opere: il muto - il silenzio dei suoi personaggi come ribellione ad una qualche violenza subita -, la prostituta - come donatrice di amore -, e il “38°parallelo”, che riguarda in modo esplicito la situazione attuale della Corea. Punto fondamentale nella comprensione dell’autore è il sottolineare come egli mostri inizialmente una realtà incomprensibile, inaccettabile, estranea, con cui “schiaffeggia” lo spettatore, per poi inaspettatamente renderla comprensibile, accettabile, familiare. Renzi indivuidua una motivazione profonda nell’uso costante di quella violenza tutt’altro che fine a se stessa, ma spesso inconsapevole, come fosse la punta di un iceberg, quello dell’assurdità ed atrocità del sistema umano. E’ un sistema usato dal regista “a freddo”, senza alcuna sorta di depravato piacere, ma piuttosto come disperato appello a restare aggrappati alla propria condizione di esseri umani pensanti di cui la violenza stessa è inevitabilmente marchio e segno di ribellione insieme.
Per quanto sembri non possa esserci nulla di più lontano, l'autore riesce a trovare una vicinanza con una sensibilità e perfino con un certo cinema europeo. Questo perchè Kim Ki-duk sembra far riflettere il proprio immaginario nel nostro vissuto: ognuno dei suoi personaggi è alter-ego di uno stesso essere umano ai margini di tutto, che a sua volta si sovrappone ad ognuno di noi, altrettanto duramente feriti, ogni giorno, dall’indifferenza e dalla superficialità delle persone, anche -e maggiormente- quelle a noi piu vicine. E cio’ non tanto per la crudeltà del prossimo, ma spesso solo per la disattenzione della gente comune, che conduce la propria vita senza preoccuparsi degli altri. Ecco dunque il punto di contatto con la nostra civiltà consumistica e superficiale, che un autore in apparenza cosi’ lontano -geograficamente e culturalmente- ha saputo mettere in luce senza ipocrisie e tabu’, anzi con un grido doloroso che è impossibile ignorare.

Per questa analisi densa di riflessioni ed affatto banale, il testo risulta ricco di attrattiva sia per chi ancora non conosce bene il regista sia per chi già é esperto di cinema coreano; lo dimostrano i riconoscimenti espressi da noti critici durante il 62° festival di Venezia a Vittorio Renzi, che collabora con riviste e webzine di cinema come cineclick.it, frameonline.it e mediaplayer.it ed è anche autore del precedente saggio « La forma del vuoto: il cinema di Joel e Ethan Coen ».

Vittorio Renzi
Kim Ki-duk
Dino Audino Editore, Roma 2005
125 pagine, ill., brossura, 12 €


Una mazza da golf e tante case vuote
Ferro3 la casa vuota
Un film di Kim Ki-duk
Nuova prova stilistica di uno dei più grandi registi coreani: 3-IRON, con riferimento alla mazza n.3 che nel gioco del golf è quella meno usata. Che qui si gioca con la metafora di una persona abbandonata, o di una casa vuota.



(Lunedì 17 Aprile 2006)


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