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Al "Lanuvio day" una riflessione sull'Italia del boom

La "macchina primitiva"

"Il sorpasso" di Risi e "Adua" di Pietrangeli


di Piero Nussio


Diceva mio padre di essere una “macchina primitiva”. Io, per la verità, non ho mai capito fino in fondo cosa intendesse con questa frase, ma una qualche idea al riguardo mi è balzata in testa mentre vedevo (con gli amici di Visioni) i film anni ’50/’60 che costituivano la maratona del terzo “Lanuvio day”.
Il mondi di quegli anni sembrava essere molto trasgressivo. O almeno così lo percepivano i film più rappresentativi di quell’epoca. Il sorpasso, I mostri, Adua e le compagne, tanto per rifarsi ai titoli della maratona di Lanuvio.
Si sentivano “moderni” i protagonisti del “Sorpasso” (Dino Risi, 1962), specie quando strombazzavano col clacson bitonale per le vie deserte della Roma ferragostana. E si sentiva “moderno” anche il vecchietto con il cestino delle uova, che aveva fatto l’autostop e poi chiedeva «Ma come, ‘sta machina non curre?».
E erano ancora più moderne le “signorine” di “Adua e le compagne” (Antonio Pietrangeli 1960) che, lasciate per strada dalla Legge Merlin, provavano a diventare imprenditrici, e scoprivano quanto fossero invalicabili le difese di casta (e di classe).
La modernità nei primi anni ’60 era l’automobile, che Vittorio Gassman guidava nel Sorpasso e Marcello Mastroianni in “Adua” rivendeva usate a tutti coloro che volevano far notare le piccole scalate sociali.


Così mi tornava in mente mio padre e il suo dirsi “macchina primitiva”. Il mito dell’automobile, della “macchina”. La modernità della Civiltà delle macchine (titolo di una rivista culturale di quegli anni, in bilico fra l’Alfa Romeo e la poesia di Leonardo Sinisgalli).
Mio padre, come la gente di quel tempo, amava la velocità, e sentir rombare il motore quando cambiava le marce. Ma non era più il tempo dei futuristi di Marinetti e della velocità Zang Thumb Thumb. Nemmeno era più il tempo dei personaggi “belli e dannati” degli anni ’30, di D’Annunzio e compagnia.
Gli anni ’60 non erano più né eroici né dannati (avevamo già dato, con 5 anni di guerra, morte e distruzione); erano invece solidi, faticati e un po’ improvvisati. La macchina si comprava a rate (a cambiali) e si teneva da conto, coprendola di notte con una plastichetta per paura che si rovinasse o sentisse freddo. Però il gusto della velocità –resa oramai middle class- c’era tutto, e si alimentava dei discorsi da bar, dei tempi di viaggio da record, “da casello a casello”.

Domenico Modugno, fuori set di "Adua e le compagne"


E poi la “macchina”. La metafora dell’ingranaggio e dell’orologeria permeava di sé tutta la società. Un ingranaggio era il simbolo della nuova Repubblica Italiana, ed era quest’oggetto molto prosaico ad essere circondato d’alloro come un atleta vincitore.
Gli ingranaggi invadevano le case, e si chiamavano elettrodomestici o giradischi. Gli ingranaggi, rigidi e ineluttabili, erano nella visione del mondo. E anche quando si ricorreva alla corruzione si diceva “bisogna oliare gli ingranaggi”.
Ingranaggi collegati, ritmici, funzionali, adeguati ad un’Italia che si era dovuta ricostruire e che poi, con il boom economico si affacciava nel mondo delle grandi nazioni, e provava a stare alla pari.
Non a caso, la molla principale di tutta la comicità di quegli anni era basata sull’inadeguatezza. «Nun ce facimme canosce» (“Non ci facciamo riconoscere”) era la parola d’ordine di tutto un popolo che si vergognava di essere ciò che era, ed aveva paura che “gli altri” se ne accorgessero. Totò è perennemente fuori posto, ed insieme a lui Peppino de Filippo. Ma anche il personaggio di Gassman nel Sorpasso è sempre timoroso che qualcuno lo riconosca e gli chieda il conto delle sue piccole truffe, delle richieste di prestito, della sua vita ai bordi delle società affluente.


Ancora peggio per Ade e le altre “signorine”: sanno che gli antichi clienti possono riconoscerle, sperano che le schedature di polizia siano state buttate via. Ma già sanno che la burocrazia, come la società, le ha bollate e le “riconosce”, e che le respingeranno verso il mestiere infame.
Anni ’50 e primi anni ’60, con un conformismo ed un moralismo opprimente; regno del piccolo imbroglio e della speculazione, enrichessez-vous selvaggio e boom economico, ma tutto ricoperto da una coltre di buone maniere e spirito di casta, che serve a nascondere le peggiori infamità.
Per tornare ai film del “Lanuvio day”, la faccia-simbolo è quella di Claudio Gora, che nel “Sorpasso” è il ricco e fatuo Bibi e in “Adua” il viscido avvocato Ercoli. Bravura del grande attore, la faccia e i suoi modi sono veramente l’emblema di quegli anni, degli arrampicatori pronti a tutto, che ostentano la loro espressione di “gente perbene” e tengono a distanza i poveri e le donnacce.


Però mio padre, quando si definiva “macchina primitiva”, poneva soprattutto l’accento su “primitiva”. Ed intendeva: semplice, robusta, dal funzionamento prevedibile, poco sofisticata, naturale, facilmente comprensibile, costruita di materiale resistente, adatta a compiti gravosi…
Al “Lanuvio day” ho apprezzato un risotto cotto in un wok, con funghi, gamberetti e germogli di soia. Quanto di meno semplice e di poco comprensibile si possa immaginare: mio padre sarebbe fuggito inorridito.
Ma oggi il mondo non è più “primitivo”. Né semplice, né robusto, né tantomeno prevedibile. Oggi è più facile trovare un Sushi-bar che non un’osteria dove facciano l’amatriciana. Il “Lanuvio day” si svolgeva in “terra di porchetta”, ma noi eravamo in un casale -riattato con gusto internazionale- dove non era più povera nemmeno l’arte povera…
È questa la grande distanza dal periodo del boom e dagli anni ’60: loro credevano di essere moderni e trasgressivi, ma vivevano a fondo i valori di un’Italietta provinciale e nouveau-riche. Noi, che non siamo ormai più né nuovi né ricchi, possiamo un po’ bamboleggiare, e giocare agli anni ’50, ma oramai viviamo in un mondo intimamente globalizzato e post-moderno.
Se –diocenescampieliberi- dovessimo riaprire le “case chiuse”, non ci sarebbe più Adua e la veneta Milly a frequentarle. Il nordest ne sarebbe, casomai, cliente; i “servizi” le fornirebbero nigeriane e rumene. E in caso di ri-chiusura non ci sarebbe più nemmeno la via di scampo dell’osteria fuori porta: oggi si chiamano Agriturismi oppure Country Club e non è certo più cosa da ex prostitute…


Il Sorpasso poi… Il SUV è da cafoni, come tempo fa l’Alfa Romeo era dei macellai. La vita sopra le righe dei personaggi alla Vittorio Gassman è anche quella il residuo di un tempo passato: oggi è l’under-statement a dettare i comportamenti.
Il petrolio si sta esaurendo. Il clacson bitonale non esiste più. Lo stesso ambiente dei nuovi ricchi della Versilia è diventato oggi quello “eco-nobile” di Capalbio.
Tutto bene, allora? Siamo fuori dalla “morta gora” degli anni ’50, e la nostra strada è verso un avvenire di eleganza e cortesia? Non facciamoci illusioni. Tanto per parlare in termini cinematografici, andiamo a cercare i film americani di Frank Capra e di Ernst Lubitsch, per farci spiegare da loro come sono usciti dalla crisi economica del ’29…


Il cinema può darci una mano, aiutarci a capire il nostro tempo e quello appena trascorso. Farci ripercorrere -con la vivezza della contemporaneità- i tempi e i problemi di varie epoche. E la cinefilia (invece di essere una sorta di malattia, quella di quando non ti si coagulano mai abbastanza le pellicole) può diventare una sorta di salvezza, come la comunità degli uomini-libro di Fahrenheit 451.
C’era un senso di pace al “Lanuvio day”, specie quando è iniziato a piovere sulle disgrazie di “Adua e le compagne”, quasi che il clima si volesse mettere in sintonia con le disgrazie narrate nel film. Uscito poi nel “Porchetta-land”, di ritorno verso Roma, il clima era di nuovo cambiato: i residui dell’acquazzone andavano a complicare un traffico ingorgato e intasato. Come gli intestini dei tanti che erano andati a festeggiare il giorno di riposo nella calca dei ristoranti “fuori porta”.
Il consumo, l’ingorgo stradale e quello intestinale, la civiltà dell’eccesso possono essere sconfitte. Da piccoli cenobi, come le comunità monastiche dell’alto medioevo o come i gruppi cinefili di oggi. Con un motto, da praticare con la coerenza di un Savonarola: «Più cine, e meno cene».

"Morte a Venezia", un classico di Visconti
Fregene Day
Una bellissima ossessione
Per fortuna, magia del cinema “alfresco”, basta un classico di Visconti ed un gruppo di amici per rendere speciale una serata.



(Giovedì 2 Ottobre 2008)


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