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L'uomo che diede i natali all'FBI

J. Edgard

Un biopic amletico e senza amore


di Roberto Leggio


Era da anni che Clint Eastwood pensava ad un biopic su John Edgard Hoover, eminenza grigia dell’FBI. Un uomo ruvido e senza scrupoli, dalla parlantina veloce (veniva chiamato “spiccio”), che tolse di mezzo i più grandi gangsters americani (John Dillinger, ad esempio), che impose la pena di morte per il crimine di rapimento (risolse il caso di Baby Lindberg), grande anticomunista (diede il ben servito perfino a Charlie Chaplin) e grande nemico dei diritti civili afromaericani (infatti non vedeva di buon occhio Martin Luther King). Un uomo che guidò il Bureau per ben quarant’otto anni, servendo otto presidenti e facendosi molti nemici. Un eroe nazionale per alcuni, scomodo per altri. Un personaggio sfaccettato e controverso, con tanti scheletri nell’armadio e molti segreti (come quella della sua non dichiarata omosessualità). Una figura nel bene o nel male da tragedia greca. Trattando il personaggio attraverso i suoi molteplici aspetti, Eastwood ci mostra la nascita dell’uomo che istituì praticamente da zero l’efficienza del Federal Bureau Of Investigation, attraverso i ricordi di un Hoover ormai anziano. Capiamo così la sua voglia di emergere, mutuata fin da ragazzo da una madre opprimente e castrante, per dimostrare a se stesso e (soprattutto) agli altri di essere “diverso”: un uomo convinto che il male si dovesse combattere con l’intelligenza e con le armi. Sua l’idea di un archivio di impronte digitali, sua la scelta di immettere le perizie scientifiche nelle indagini e sua l’intuizione di lottare il crimine (di qualsiasi genere) ad armi pari. Contro i gansters armò i suoi uomini con fucili e pistole di ultima generazione e contro i bolscevichi (prima) e le Pantere Nere (poi), attuò indagini illecite per garantire la sua irreprensibile ossessione per la sicurezza del Paese.



Clint Eastwood esamina tutto questo, ribadendo ancora una volta che l’America non è un mondo perfetto, ma è l’imperfezione a renderla imbarazzante. Ma forse è proprio questa disamina metaforica a mettere un po' il freno ad un film dove i dialoghi la fanno da padrone. Tutto è filtrato attraverso le parole del protagonista (é non importante se poi molto è “falsificato), ed è dunque un po' difficile entrare in sintonia del personaggio, in quanto l'unico feed back con il pubblico è nel suo rapporto “amletico” con la madre, scene in cui a volte si prova un senso di tenerezza. La stessa cosa che si prova quando il suo “amico-consigliere” gli ruba un bacio, togliendo definitivamente la maschera al colosso tanto sicuro di se. A mettere la faccia, il corpo e la paranoia di un uomo “distaccato” e senza “amore” un Leonardo DiCaprio davvero in parte, conscio di vestire l’imbruttimento di un personaggio così contradittorio e così sopra le righe. Di contorno Naomi Watts, fedele segretaria che rifiutò i suoi corteggiamenti, ma che ne sposò la causa custodendo (fino alla morte) dossier scottanti su amici e nemici; e Arnie Hammer, affannato (e in qualche modo non corrisposto) amante, invecchiato grottescamente quasi a dimostare il disequilibrio di vedute tra i due. Un terzetto che riportati all'oggi sembrano la cartina al tornasole di quel “marcio” che regola una certa politica americana. Sempre sul filo della legalità. Sempre con un'anima nera da nascondere...

Giudizio **1/2



(Martedì 3 Gennaio 2012)


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