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Manganelli, vendetta e ordine pubblico

ACAB

La violenza vista da dietro una visiera


di Roberto Leggio


In un mondo immerso nell’odio (verso il prossimo, calcistico, razziale e molto altro), cinque celerini (tre reduci dalla “macelleria” di Genova, un novizio in cerca di un lavoro onesto, uno in “ritiro” ma fondamentale gola profonda) hanno fatto della violenza il loro credo. Uomini duri dalla manganellata facile, uniti da una “fratellanza” coatta, ripuliscono le strade dagli ultras, i clandestini, gli sfrattati, i delinquenti e le puttane, in una sorta di “guerra civile” quotidiana. L’ordinaria miseria della legalità, traduce rabbia, sangue e sopraffazione contro chiunque esprima sdegno nell’ordine e nello Stato. Come cowboy votati al dovere, uno di loro si redimerà “infamando” gli altri che pagheranno “forse” i loro peccati contro chi richiede sangue e vendetta.


Se l’intenzione era quella di mostrare il mondo da dietro gli scudi e la visiera senza prendere posizione, Stefano Sollima (regista della serie TV Romanzo Criminale), si impaluda in un film fascista e picchiatore. I poliziotti arrabbiati con se stessi e verso gli altri, che esprimono l’odio represso della gente comune che vorrebbe farsi giustizia da se; sono anime nerissime dentro e fuori la divisa. Perché tutto è violenza, comprese le inadeguatezze famigliari, punti cardine dello sfaldamento della società civile. Senza contare la deriva di un paese obnubilato dall’egoismo e dalla miseria nei confronti del diverso "invasore". Nel film qualsiasi cosa è marcatamente di destra, uno dei protagonisti ha cimeli mussoliniani in casa, un altro ha un figlio in zona Casa Pound, un altro ancora, sebbene innamorato della moglie cubana, è fondamentalmente un razzista. Tratto da un romanzo di non – fiction di Carlo Bonini mutuato dall’acronimo A.C.A.B. (All Cops Are Bastards che divenne motto negli anni ‘70) da una canzone dei 4 Skins, seppur energico e volutamente efficace nella narrazione, si gode della sua complessa cortocircuitazione, esalando (invece che condannare) la violenza di Stato, ottenendo così l’effetto contrario all’intenzioni degli autori. Lodevole comunque la scelta di narrare la storia appellandosi a fatti di cronaca realmente accaduti (le morti del commissario Raciti a Palermo, quella di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto aRoma e l’uccisione di Gabriele Sandri nella stazione di servizio nei pressi di Arezzo), miscelandoli con effetti documentaristici nella struttura globale della trama. Ne esce un’opera complessa e volutamente ubiqua, nella quale è facile aggrapparsi a simbologie pericolose. Che per un prodotto "intelligente" è altamente negativo.

Giudizio *1/2



(Giovedì 26 Gennaio 2012)


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