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Film intenso e drammatico sui rapporti fra genitori e figli

...E ora parliamo di Kevin

Strepitosa l'interpretazione di Tilda Swinton


di Mirko Lomuscio


La strage di Columbine è ancora uno squarcio indelebile nel ricordo di molti americani, tant’è che anche il cinema ha cercato, più volte, di far luce su ciò che potrebbe essere successo (l’esempio più famoso è Elephant di Gus Van Sant), analizzando la psicologia di chi è stato artefice di questo terribile crimine.
E ora parliamo di Kevin rientra questo filone e narra la storia inventata di un’analoga tragedia, traendo ispirazione da un romanzo di Lionel Shriver, vincitore del premio Orange prize per la fiction.
Solo che stavolta ad essere sotto osservazione non è tanto il mondo adolescenziale, ma bensì quello dei loro genitori, persone che hanno visto crescere i loro figli ed si sono improvvisamente ritrovati nel mezzo di un vortice di orrori. E’ il caso della donna Eva (Tilda Swinton), una scrittrice avventuriera che ha rinunciato alla carriera per stare accanto al suo primogenito Kevin (Ezra Miller), il quale le darà ben poca tranquillità. Infatti il giovane non fa altro che renderle la vita molto difficile, facendole dispetti e mostrando nel profondo un’insana aurea malvagia, che col tempo si fa sempre più metodica e pericolosa, tanto da arrivare all’impensabile. Ed Eva tutto questo, inconsapevolmente o no, l’ha sempre saputo, quindi è anch’ella responsabile degli errori di suo figlio, come molta gente del luogo afferma?



Questo non è un film tanto facile da digerire. Un po’ per la tematica in se, un po’ per la scelta di studiare a fondo il rapporto familiare che c’è tra i protagonisti, mettendo a nudo il vero problema di tante tragedie come Columbine: ovvero il rapporto familiare e le problematiche legate alla crescita dei propri figli. La regista Lynne Ramsay (Ratcatcher-Acchiappatopi) usa uno stile realistico e una struttura a flashback per rendere accattivante il racconto, legando passato e presente in un confronto tragico, a volte da cazzotto nello stomaco. Fa molto affidamento sulla bravura della sua protagonista, una calibrata ed intensa Swinton (premio Oscar per Michael Clayton), e abusa di lentezza narrativa che a volte arriva all’eccesso.
Un eccesso che porta a quasi due ore di durata, facendo sorgere il dubbio che almeno venti minuti di meno sarebbero stati meglio.
Comunque sia, dalla visione se ne esce pensosi e sconcertati, riflettendo molto su come il diabolico Kevin di Miller (Afterschool) sia uno specchio dell’aridità di dialogo che molti giovani hanno verso i propri genitori, anche se questo protagonista ha molte più cose in comune con il Damien de Il presagio che con qualsiasi ragazzo d’oggi.
Forse Richard Donner aveva già concepito, a suo tempo, una simile teoria di incomunicabilità familiare?

giudizio: ***



(Sabato 18 Febbraio 2012)


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