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In Italia –stranamente- nascono ancora capolavori

Cesare deve morire, dal genio dei Taviani

Ma solo in Germania se ne accorgono


di Piero Nussio


I fratelli Taviani hanno più di ottant’anni. Per la precisione, Vittorio ne ha 83 e Paolo solo 81.
Avrebbero diritto, anche secondo le ultime controriforme, ad una tranquilla pensione. Oppure decadere tristemente, come è successo anche a dei grandi come Monicelli e Rohmer.

E invece i Taviani a ottant’anni suonati fanno il loro capolavoro.
Era dal tempo di La masseria delle allodole (2007) che dovevano girare un lungometraggio, e bisogna risalire agli anni ’80 per i loro film più significativi: Kaos (1984) dai racconti di Pirandello e La notte di San Lorenzo (1982) sulla resistenza popolare al fascismo. O ancora più indietro nel tempo, per i film significativi come Padre padrone (1977) e Allonsanfan (1974) con un grandissimo Marcello Mastroianni.

Premiati a Berlino


L’Italia si era dimenticata di loro, ma i fratelli Taviani hanno invece fatto il loro capolavoro ad ottant’anni passati, nel 2012.
A Berlino la giuria se ne è accorta subito ed ha assegnato l’Orso doro a Cesare deve morire. In Italia i giornali, le televisioni e tutto il resto del “circo mediatico” invece non se n’è quasi accorto.
Anche il film nelle sale è uscito un po’ alla chetichella, senza interviste, pubblicità e interventi speciali.
Meglio.
I capolavori non sopportano che si parli troppo di loro.

Titolo di merito, casomai. Come fu per il premio Nobel a Dario Fo: sembrava quasi che l’avesse rubato. C’erano altri illustri sconosciuti che lo meritavano di più. I giurati svedesi s’erano presi un colpo di sole.

Lo stesso sole traditore che deve aver colpito i giurati della Berlinale (per futura memoria: Mike Leigh (presidente), Anton Corbijn, Asghar Farhadi, Charlotte Gainsbourg, Jake Gyllenhaal, François Ozon, Boualem Sansal e Barbara Sukowa). Lo stesso sole traditore che l’anno scorso fece assegnare l’Orso d’oro all’iraniano Asghar Farhadi per il suo film Una separazione e che quest’anno ha vinto l’Oscar del miglior film straniero.


Speriamo bene anche per i Taviani (se l’Italia li candiderà) e, se no, si dovranno accontentare solo del primo premio alla Berlinale 2012.
Le “trompettes de la renommé” hanno suonato a pieni polmoni per un Oscar mancato al cortometraggio e per i film di Verdone, per ACAB, per Immaturi, Benvenuti al Nord…
Grazie.
I fratelli Taviani non possono essere confusi con la paccottiglia del cinema italiano. Forse non sono nemmeno italiani.

Hanno fatto un film senza attori famosi, anzi senza attori, visto che ad interpretare la maggior parte dei ruoli sono i detenuti (ed i secondini) del carcere di Rebibbia, a Roma.
C’è, non detenuto né secondino, il regista teatrale Fabio Cavalli e c’è –fra gli autori della sceneggiatura- un commediografo inglese, tal William Shakespeare.

Quando Antonio ha interpretato la famosa “orazione sul corpo di Cesare”, quella che comincia con «Romani, amici, concittadini» me la sono ricordata quasi a memoria, in inglese, per come l’avevo studiata per letteratura inglese al liceo. E mi sono ricordato anche le “trombonate” di Vittorio Gassman viste in televisione, quelle di Marlon Brando al cinema (1953) e, peggio, le gigionate di Charlton Heston nel 1970.


Il primo ed unico “Giulio Cesare” di Shakespeare degno del suo autore l’ho visto stasera, ad opera dei detenuti di Rebibbia, del regista teatrale Fabio Cavalli e dei fratelli Taviani.
Il monologo di Marc’Antonio sul corpo di Cesare era vero per la prima volta, così come il discorso di Bruto al popolo romano sulla libertà dal tiranno, e la paura di Cassio prima della battaglia di Filippi.

Quella lingua impastata di dialetto, quelle scenografie e costumi povere –come si addice ad un carcere-, quella recitazione in bocca a persone che sanno per esperienza vissuta come si uccide, come si congiura, come si combatte. La musica è bellissima e straziante, con assoli di sassofono che accompagnano e controbattono la durezza delle scene.

Le scelte di regia sono altrettanto taglienti e essenziali come l’ambiente in cui operano: la pellicola talvolta in bianco/nero e altre volte a colori, le scene più libere degli “attori” che provano la parte ma che poi devono rispettare i turni dell’ora d’aria, le crisi dei detenuti alle prese con i ricordi violenti e la vita carceraria ancora più dura e violenta.


Non ci sono, come sempre nei capolavori, scene di troppo, spiegazioni inutili, retorica o violenza esibita.
È facile fare un capolavoro: basta togliere da un cubo di marmo tutta la materia che avanza rispetto al Mosè di Michelangelo.

È altrettanto facile fare un capolavoro del cinema: basta prendere un’opera d Shakespeare, farla interpretare a gente che sente dal di dentro ogni frase che recita, basta girare le scene sullo sfondo cupo di un carcere di massima sicurezza, basta togliere ogni scena inutile, falsa o leziosa e lasciare la tensione della battaglia campale (di Filippi e del carcere).

È talmente facile fare un capolavoro che nel cinema mondiale succede ogni dieci anni, e nel cinema italiano quasi mai, ultimamente. Dura poco (un’ora e 16 minuti), ma qualunque scena in più sarebbe stata di troppo. Dura poco, ma se ne esce cambiati come nessun film di tre ore riuscirebbe a fare.
E ad essere cambiato è anche quel tal sceneggiatore inglese: la cupa forza del suo Giulio Cesare forse era già nel testo, ma di sicuro la prossima volta che penserò alle sue opere vedrò le grate e le facce del carcere di Rebibbia.


La realtà “teatrale” dietro le sbarre
Cesare deve morire
Opera trasversale tra vita e letteratura

Insieme a Claudio Bigagli a "Cine e Chianti"
Vittorio Taviani
Il maestro ospite della rassegna

Il divo della fiction catturato dal cinema
Alessandro Preziosi
Sul set di Faenza e dei fratelli Taviani
Due film d'autore per il Conte Ristori.

A fine stagione arriva il capolavoro
About Elly
Uno stupendo film iraniano di Asghar Farhadi
Come accade sempre ai classici, non si può dire con certezza a quale genere appartengano. Di sicuro è drammatico, ma non mancano gli spunti di commedia e tanto altro.



(Mercoledì 14 Marzo 2012)


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