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La passione della resistenza

The Lady

Aung San Suu Chi vista con gli occhi di Luc Besson


di Roberto Leggio


La vera storia di Aung San Suu Chi, figlia di un generale birmano, vittima del colpo di stato che gettò nel sangue il paese orientale per sempre. L’orchidea d’acciaio, Nobel per la pace nel 1991 per i diritti civili e per la democrazia della Birmania, cresciuta in Inghilterra e sposa di un docente universitario, decide di tornare nel suo paese per appoggiare il popolo insorto contro il regime militare. Il suo diverrà uno scontro non violento contro il potere assoluto dei generali, facendola diventare la paladina di tutti gli oppressi, sacrificando per oltre vent’anni la sua libertà personale e gli affetti familiari, fonte di ispirazione politica ed umana degli ultimi decenni. A metà strada tra il melò ed il biopic, Luc Besson confeziona un’opera bicefala senza molti sussulti, divulgativo, molto riflessivo con qualche brivido e qualche lacrima.


Lontano anni luce dall’azione del suo cinema, il regista parigino, mette nelle mani e nella mimesi di Michelle Yeoh, la forza e la resistenza di una donna diventata nel mondo l’icona della non-violenza e della pace. Peccato però che il quadro resti ingabbiato da schematismi che rischiano di sminuire l’aspetto politico delle battaglie di Haung San Suu Chi, nei confronti di un dramma familiare minato dalla carcerazione domiciliare (la donna ha potuto vedere solo cinque volte marito e figli). Girato alla chetichella pochi mesi prima della liberazione della donna (avvenuta nell’Agosto del 2010) resta un buon film formale di grazia e di accuratezza, forse un po’ troppo didascalico recitato con sentita partecipazione dalla protagonista e da David Thewlis.

Giudizio **



(Giovedì 22 Marzo 2012)


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