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Quando l’amore diventa violenza

Love & secrets

Psyco-thriller poco convinto su un noto caso giudiziario


di Paola Galgani


Andrew Jarecki, regista dell’eccellente documentario Una storia americana (Capturing the Friedmans), ha prodotto e diretto questo noir ispirandosi un fatto giudiziario che ha fatto scalpore all’inizio anni 2000, e che è gode del titolo di “ caso di sparizione più noto nella storia di New York”. In quegli anni Robert Durst, l’erede di una famiglia di immobiliaristi di New York -una vera e propria “Dinasty” degli anni ’80- fu sospettato ma mai condannato, nonostante indizi evidenti, per l’omicidio di sua moglie Kathie, scomparsa nel 1982 e mai ritrovata.
Ripercorriamo dunque la sua vita seguendo le sue risposte alle domande che gli vengono poste in tribunale: negli anni 80 Durst è un giovane ricco, ma con una vita vuota finché non incontra la bellissima e dolce moglie (“lei è perfetta!”, dice) che sposa nonostante le contrarietà familiari. I due, però, sembrano non conoscersi mai fino in fondo; Robert, vittima delle manipolazioni del padre, sceglie di seguire l’attività familiare pur odiandola e resta bloccato negli ingranaggi poco chiari della società; qualcosa allora incomincia a rompersi dentro di lui. Vecchi fantasmi del passato legati a un suicidio ritornano a galla, fino a far esplodere la follia dell’uomo, che arriva a vivere isolato e mascherato da donna e a distruggere tutto ciò che lo circonda…



La storia reale, decisamente interessante, avrebbe potuto portare ad un thriller psicologico originale, ma purtroppo Jarecki si incammina in tanti generi senza dare né un’impronta definitiva al film né un chiaro punto di vista narrativo, perdendosi tra gli innumerevoli e interessanti spunti: il gap familiare, la fiducia nella persona sbagliata, la bizzarra vicenda processuale, la schizofrenia …
Si parte con una love story tenera e convincente che, con la sua lenta progressione in incubo, doveva essere centrale nelle intenzioni dell’autore, come dimostra il titolo originale “All the good thinghs”, il negozio biologico che i due mettono su all’inizio del loro rapporto, simbolo della semplicità idealistica dell’amore. Quando però il personaggio femminile viene a mancare in maniera brusca e poco chiara, tutto il tono cambia e ci si focalizza prima sugli affari sporchi della società di famiglia, per arrivare poi alle torbide atmosfere di un banale thriller, con tanto di travestito alla Psyco e con un finale già noto e che lascia insoddisfatti. L’autore riesce comunque a costruire una certa tensione, rendendo bene l’ipocrisia familiare, le atmosfere malate e l’alienazione dell’impenetrabile protagonista (ma banalissimo è l’artificio delle immagini dei due giovani in un filmino d’epoca).
Il cast di tutto rispetto fa del suo meglio per rincorrere i diversi stili: l’affascinante Kirsten Dunst sa ben sviluppare il suo personaggio da fanciulla romantica a donna terrorizzata e dipendente, Frank Langella è perfetto nei panni del patriarca, il rampollo Ryan Gosling convince più nella versione giovanile che in quella più tarda, non certo aiutato da un make-up un po’grossolano.
In quanto al soggetto, se da una parte è lodevole la scelta di una vicenda di violenza familiare sulle donne che ne rispecchia, ahimè, tante altre, dall’altra l’operazione di presentarci Robert come il sicuro colpevole può essere discutibile, dato che la giustizia nella realtà l’ha già assolto e domanda di prenderne atto.

Giudizio: **



(Venerdì 15 Giugno 2012)


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