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Del regista spagnolo Carlos Raygadas

Post Tenebras Lux

Vincitore gran premio della giura al 65 festival di Cannes


di Francesco Castracane


Il film vincitore del premio per la miglior regia al 65° Festival di Cannes ha provocato molte ostilità e non tutti hanno gradito l'assegnazione del premio a questo film. Lavoro piuttosto complesso, che lascia lo spettatore con un senso di disagio e straniamento.
Dopo aver lasciato Città del Messico per trasferirsi in campagna con la moglie Olivia e i due figli piccoli, Juan si trova catapultato in un mondo completamente diverso, con altri ritmi e abitudini. L'integrazione con i locali che si prendono cura dei suoi possedimenti risulta difficile a causa di un rapporto fortemente conflittuale, che si incrina ulteriormente quando Juan scopre che una persona fidata ha tentato di svaligiargli casa. Juan si interroga su una possibilità di convivenza tra due realtà in contrasto l'una con l'altra. Il disagio trapela anche in ambito familiare: le incomprensioni fra Juan e la moglie si ripetono senza soluzione di continuità.


L'ultimo lavoro di questo comunque interessante regista è assolutamente senza centro. Sequenze si sommano in maniera apparentemente scomposte, rendendo difficile a chi guarda, un lavoro di ricomposizione delle immagini che sembrano affastellate casualmente. E probabilmente lo sono. Ma è proprio in questa casualità che si scopre, a pensarci bene, una causalità. Il male e la sua banalità attraversano il mondo e lo distruggono.
La stupenda sequenza iniziale, dove sembra di notare dei riferimenti al cinema di Mallick, è di una bellezza straniante e inquietante: una bambina gioca in uno sconfinato campo, fra cavalli che corrono, cani che abbaiano, mucche, mentre in lontananza un temporale si avvicina. Un immagine vivida che lascia lo spettatore tutto il tempo con una sensazione di irrequietezza. Probabilmente il miglior prologo mai visto nell'ultimo anno.
Tutto il film è in formato 4:3, il vecchio formato del cinema e della TV, ma che nello stesso momento è quello che più si avvicina alla visione umana. Ma poi, in contraddizione con tale scelta, il regista usa per le riprese un grandangolo. La conseguenza è che solamente la parte centrale dell'immagine è messa a fuoco, mentre i bordi sono sfuocati. Quindi da una parte il tentativo di emulare lo sguardo umano e dall'altra la sua limitazione, come se si guardasse dallo spioncino. Secondo alcuni, si vuole far sposare allo spettatore il punto di vista del diavolo, che compare, rosso e fosforescente, mentre si aggira per la casa. Allora, l'apparente disgregazione del film altro non è che la scoperta della banalità del male. Tutto avviene casualmente, mentre la natura assiste indifferente allo sfaldarsi dei sentimenti.
E a questo punto è necessario tornare al titolo, così particolare, ma anche questo attraversato da un senso di ambiguità e incomprensione. Forse il senso di questo lavoro parte tutto da qui, dalla seconda lettera ai Corinzi 4,6: “perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è lo stesso che ha fatto brillare il suo splendore nei nostri cuori per illuminarci nella conoscenza della gloria di Dio, che rifulge sul volto di Gesú Cristo.” Da questo versetto nacque la citazione “Post Tenebras Lux”. Esso divenne il motto dei Calvinisti e della Riforma ginevrina. Ma qualche tempo dopo, gli illuministi, partendo dallo stesso concetto, rovesciarono assolutamente il senso della frase calvinista, trasformandolo “nella luce che rischiara le menti”, cioè la luce della ragione che illumina le tenebre del passato. Mi sembra che in ogni caso il regista ci indichi che siano rimaste solamente le Tenebras. Non c'è più la fede e non c'è più la ragione, ed è per questo che il film sembra procedere casualmente, vagando apparentemente nel caos più assoluto. Non è caos, è banalità.

giudizio:**



(Venerdì 20 Luglio 2012)


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