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Opera prima di Alessandro Comodin

L'estate di Giacomo

Pardo d’oro come miglior Cineasta del presente.


di Francesco Marghella


Avere una storia da raccontare e partire dalla realtà per rappresentarla. Dare forma nuova alla distanza fra realtà e rappresentazione. Questo, in sintesi, è L’estate di Giacomo, primo lungometraggio di Alessandro Comodin, premiato a Locarno con il Pardo d’oro come miglior Cineasta del presente. Scoperta di nuovi orizzonti per un regista che, ancora nella sua adolescenza artistica (classe 1982), va a battere ad una delle porte principali dell’arte, inseguendo l’idea della purezza assoluta della narrazione. Il risultato forse ancora non è eccelso per un friulano trapiantato in Francia, che, comunque, può finalmente far inorgoglire la sua generazione sia per il filone di ricerca prescelto sia per l’audacia sperimentativa.

Lo spunto nasce dalla storia vera. Giacomo è realmente un ragazzo affetto da ipoacusia dalla nascita, che acquisita l’udito a seguito dell’intervento chirurgico di impianto cocleare, deciso non appena compiuta la maggiore età. L’occasione è valida per raccontare - sono parole dell’autore - il passaggio del protagonista all’età adulta attraverso la scoperta del suono. La sua estate trascorre accanto a Stefania (sorella del regista), la coetanea amica di infanzia, con cui consolida un bellissimo rapporto, alla base della prima e più consistente parte del film. Nella seconda, si scopre, invece, il ruolo di Barbara, anch’ella sorda come Giacomo.
Comodin ci abbandona sulle selvagge rive del Tagliamento, certamente luogo della sua infanzia, lasciandoci soli assieme ai protagonisti. Il distacco tra narratore ed eventi narrati è reso da un serie di soluzioni registiche. Riprese di spalle, camera che, senza sequenzialità, segue le minuzie espressive dei personaggi e il realismo dei dialoghi. La dimostrazione è che la presa diretta non è sufficiente a fare “documentario”. Pur se gli attori non recitano, la realtà rappresentata è finzione. Esiste dunque una via parallela, nascosta, tra report e narrazione, che è l’elemento chiave de L’estate di Giacomo, senza dubbio esempio di vero cinema della delicatezza, attento alle vibrazioni dell’anima, così come nascono dalle persone e dalle loro interazioni e non dalla penna di uno sceneggiatore.
All’opera e alla sua forma va il nostro plauso. Essa già contiene il necessario per aprire la pista ad un nuovo genere. Nella mancanza di un poco di estro, quello capace di trasformare la settima arte nel grande cinema luogo delle emozioni, l’invito a provare ancora, per raggiungere gli anelati traguardi.

giudizio: **







Francesco Marghella



(Giovedì 23 Agosto 2012)


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