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Fuggire da se stessi per rinascere in cantina

Io e Te

Film da camera per un "resuscitato" Bernardo Bertolucci


di Roberto Leggio


Lorenzo è un inadeguato quattordicenne con grossi problemi di rapporto con i coetanei e i propri genitori (una madre apprensiva e un padre “inesistente”), tanto da frequentare uno psicologico. Un giorno trova una cura al suo mal di vivere: fingendo di partire per la settimana bianca con la sua classe, si rifugia nella cantina di casa assieme a delle scorte alimentari, la musica, il computer, un libro di vampiri, un formicaio sottovetro e i suoi fumetti preferiti. In questa prigione solitaria e lontana dal mondo “imperfetto” però irrompe la sorellastra Olivia, che come una Erinni, porta sconquasso e realtà. Lei ha in odio tutto quello che è ed è stata: figlia abbandonata dal padre (lo stesso che se n’è andato da Lorenzo), tossicodipendente che cerca di ripulirsi, ragazza sola compagna di uomini sbagliati, un futuro senza sole forse in agriturismo. I due, come mondi in collisione prima non si sopportano, poi si accettano, si aiutano (lui per lei ruberà dei sonniferi alla nonna malata per aiutarla nel difficile travaglio dell’astinenza) e alla fine usciranno dal “buco” sorridendo, sospesi nel destino delle loro vite.


Il fermo immagine finale sul volto sorridente (soddisfatto?) di Lorenzo, si può aprire a varie interpretazioni, non ultimo che Bernardo Bertolucci, dopo nove anni di silenzio costretto com’è su una sedia a rotelle, torni alla sua carriera artistica, liberatosi da una autoindotta prigionia da diversamente abile. Il regista emiliano riscopre se stesso e il suo cinema, muovendosi nello spazio ristretto di una cantina, come se si trovasse nel deserto o da qualche altra parte; “costringendo” due solitudini a trovare la forza per scoprire la vita che li circonda, facendoli diventare “grandi” e magari capire il loro essere diversi. Un film da camera, di vere emozioni, con tanto di colonna sonora che amplifica nei momenti giusti la psicologia dei due “fratelli”, immergendoli in un vero bagno di realtà. Ragazzo solo, ragazza sola, la canzone modificata da Mogol da Space Oddity di David Bowie è forse il momento più intenso del film, nel quale i due ragazzi ballando trovano finalmente un legame che li divideva dalla nascita. Bertolucci usa tutta la sua cifra stilistica per accompagnare due corpi acerbi in un’avventura che soverchia un suo certo cinema crepuscolare (La Luna, L’Assedio), per portare luce dentro a due anime in parte “perdute”. E per farlo trasforma il romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti, in qualcosa di veramente “suo” come l’irruzione “animalesca” di Olivia che sovverte il solitario ritiro di Lorenzo, ma anche portando il vissuto degli attori (Jacopo Olmo Antimori e Tea Falco) così da potersi riconoscere in tutto e per tutto nei propri ruoli: il ragazzo ha scelto la sua musica, la ragazza le sue foto artistiche. Ma soprattutto promulgando un finale tutt’altro che moralista, che sa cogliere le richieste d’aiuto di due giovani confusi e pressati dal sordo mondo degli adulti.

Giudizio: ****



(Giovedì 25 Ottobre 2012)


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