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David Ayer indaga con la camera a mano nella vita dei poliziotti di L.A

End of Watch

Ottima prova attoriale di Jake Gyllenhaal e Michael Pena


di Claudio Montatori


È difficile sapere se la vita dei poliziotti che pattugliano le strade di Los Angeles sia davvero così frenetica e pericolosa come ce la racconta il regista David Ayer in End of Watch, ma è molto probabile che il suo film non si discosti troppo dalla realtà, almeno di quella del quartiere di South Central L. A. dove i due protagonisti svolgono il loro difficile mestiere.
Brian Taylor (Jake Gyllenhaal) e Mike Zavata (Michael Pena) sono due giovani poliziotti che perlustrano quel quartiere piuttosto malfamato incontrando e scontrandosi spesso con storie incredibili di violenza e disagio, che tentano di risolvere con determinazione e una buona dose di incoscienza goliardica. Tra loro è nata un’amicizia che li lega anche al di fuori del lavoro, un forte sodalizio che consente all’uno di proteggere l’altro e viceversa, dopotutto non si è mai sicuri di tornare a casa sani e salvi. Svolgono bene le loro missioni e non si sottraggono al rischio che la quotidianità pone loro difronte, ma sempre con la voglia di sdrammatizzare scherzando e provocandosi a vicenda. È una vita pericolosa la loro, sempre in macchina a inseguire, fermare, arrestare, pacificare qualche volta, riprendendo con piccole telecamere tutto quello che fanno, con gran fastidio dei loro superiori e colleghi, e alla fine del turno (End Of Watch) tornano a casa, contenti e orgogliosi del lavoro fatto.
Finché un giorno che comincia come tanti non incappano in un caso di malavita organizzata, e allora le cose si fanno più difficili e pericolose.



Potrebbe sembrare la trama di un film già visto, uno di quelli che ripetono con qualche variante più o meno astuta, storie che garantiscono un certo successo al botteghino, ma Ayer cerca di sfuggire a questo clichè con l’abile uso della camera a mano che insegue i due agenti in ogni loro azione. Così facendo offre allo spettatore la sensazione di essere dentro la storia, di partecipare assieme ai due protagonisti agli eventi pieni di adrenalina che si succedono lungo le strade di Los Angeles, negli appartamenti squallidi, nelle vicende dolorose di coloro che li abitano, nella fatica e nel pericolo di un lavoro quotidiano sempre esposto al rischio estremo.
Il cinema ci ha abituato a storie di poliziotti corrotti, collusi con la malavita, sempre in cerca di qualche compromesso con coloro che dovrebbero combattere, pur di ricavarne guadagni illeciti. Ayer esplora un’altra faccia della medaglia e punta la sua cinepresa irrequieta sul lavoro estenuante di chi ogni giorno è chiamato a rendere le strade più sicure. I suoi protagonisti non sono eroi invincibili, anzi sono quasi dei sempliciotti se paragonati ai personaggi tutto muscoli e cazzotti, alla Bruce Willis per intenderci. Insomma, sono umani.
Jake Gyllenhaal e Michael Pena sono a loro agio nella parte, e anzi la loro prova attoriale è uno degli elementi che vale sottolineare in questo film, a cui avrebbe giovato di più qualche eccesso in meno in alcune scene, ma che resta un buon film di genere che scorre veloce senza mai annoiare.

giudizio:**



(Venerdì 23 Novembre 2012)


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