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Il ragazzo, la tigre e la trascendenza dell’animo

Vita di Pi

Avventura spirituale alla ricerca del proprio se


di Roberto Leggio


Pi Patel (lasciamo agli spettatori il gusto di sapere l’origine del nome) è un ragazzo sveglio di sedici anni, sensibile e affascinato dalle religioni. E’ cresciuto (come racconta) nel più “improbabile” paradiso dell’India, in una famiglia amorevole proprietaria di uno zoo. La sua vita sarebbe “dorata” e semplice, se per questioni economiche il padre non scegliesse di trasferirsi in Canada per vendere lo zoo. Durante il viaggio la nave mercantile incappa in una tempesta terrificante facendo naufragio. Pi, fortunosamente, si ritrova in mezzo all’Oceano Pacifico, su una scialuppa di salvataggio in compagnia della tigre del bengala Richard Parker, l’animale più pericoloso e temuto dello zoo paterno. Costretto a condividere il poco spazio a disposizione, il ragazzo contro ogni logica si affida alla propria intelligenza per sopravvivere e convivere con la Tigre. Il rapporto tra Pi e la bestia si trasforma in viaggio straordinario, violento e spirituale, oltre le barriere del sogno e della realtà.


Accade che almeno una volta nella vita dobbiamo affrontare delle sfide. Vincerle rafforza lo spirito e permette di guardare al “futuro” con altri occhi, altre “intensità”. Vita di Pi, tratto dal romanzo di Yann Mattel, è un’opera unica, continuamente sospesa tra realismo e magia. Un po’ film d’avventura, un po’ favola surreale dall’inattesa anima nera (il finale è così spiazzante da lasciare un grosso dubbio su verità “impossibili”). Hang Lee, ha diretto un capolavoro profondamente New Age, che lavora sulla forza della spiritualità di un essere umano nei confronti della propria sopravvivenza. E si spinge anche oltre. Il razionale Pi (come la formula matematica) trova “Dio” in mezzo al mare ringraziandolo delle proprie pene, giungendo ad un nirvana in Terra. Perché in fondo quello che preme ai due autori (lo scrittore ed il regista) è trasformare un romanzo popolare (tutto deriva da una storia tramandata oralmente) in una leggenda che vuole scardinare l’attuale scetticismo cosmico. Con scene di grande effetto (grazie anche ad ininfluente ma buon 3D) il film si propone come una possente metafora sulla predisposizione alla fede, ma anche ad un dialogo personale con il proprio io più profondo, capace di giungere a risposte percorrendo strade e percorsi oscuri e nascosti. Magari la troppa spettacolarizzazione rischia di appannare il quadro, ma il senso della forza della volontà e la ricerca del sé, restano indubbiamente inalterate.

Giudizio: ***1/2



(Giovedì 20 Dicembre 2012)


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