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Tim Burton "allunga" un suo cortometraggio del 1984

Frankenweenie

Eccellente Bignami della poetica burtoniana,


di Mirko Lomuscio


In principio c’era un cortometraggio del 1984, Frankenweenie, col quale il giovane regista Tim Burton cercava di farsi notare nel panorama hollywoodiano e che gli aprì le porte verso l’ambita carriera in quanto, di lì a poco, realizzò la sua opera prima Pee Wee’s big adventure.
Ora, dopo 28 anni, il regista di Batman e di Big fish-Le storie di una vita incredibile, rimette mano su quel cortometraggio, trasformandolo in un prodotto d’animazione stop motion, come lo sono anche Nightmare before Christmas (sua produzione) e La sposa cadavere (sua co-regia), e con l’ausilio del 3D, realizza un'avventura gotica adatta per piccoli e grandi, confermando la sua cifra stilistica.
La trama, come il titolo fa intuire, è un onesto omaggio al Frankenstein di Mary Shelley, o, meglio ancora, al famoso capolavoro della celluloide realizzato negli anni ’30 da James Whale. Il film , ambientato in una godica cittadina di una provincia americana, l’immaginaria New Holland, narra la storia del piccolo Victor, un ragazzino arguto e dalla creatività infinita, che come miglior amico ha il suo fedele cane Sparky. Un giorno, però, la tragedia si insidia dietro l’angolo: il quadrupede viene investito da un auto, morendo sul colpo. Disperato e triste, il ragazzo non si lascia però sconfortare e, complice l’esperimento di scienze da realizzare per scuola, decide di ridare vita al suo amico a quattro zampe tramite l’elettricità. La cosa riuscirà con successo, ma ciò che Victor non sa è che la sua scoperta è solo l’inizio di una serie di guai che investiranno New Holland.



Burton sta raschiando il fondo del barile, per poter trovare qualcosa di nuovo da raccontare. Questo si può dedurre analizzando almeno tre sue ultime regie (il musical Sweenie Todd-Il diabolico barbiere di Fleet Street, la favola Alice in wonderland e l’horror di origine catodica Dark shadows). Ora, notarlo alle prese con l’allungamento di un suo cortometraggio anni ’80 non fa gridare al capolavoro, almeno sotto l'aspetto dell'originalità.
Nonostante ciò Frankenweenie è, forse, dei suoi ultimi titoli, quello più riuscito, anche se il film in questione altri non è che un bignami della poetica burtoniana, sia visiva che concettuale.
Il tema del diverso nella ridente comunità (come quella vista nell’indimenticato Edward mani di forbice) torna a farsi viva un questo lungometraggio, così come immagini gotiche e humour macabro non di stupida fattura (l’ultimo Dark shadows era davvero improponibile su quest’ultimo lato).
Va però lodata in questa ultima pellicola la vena citazionista: quella visione da cinefilo che strizza l’occhio all’horror di una volta, ma anche ad icone del genere fantastico yankee e non, come il tartarugone giapponese Gamera o i famosi Gremlins di Joe Dante (e meglio ancora i Ghoulies della Empire per i cinefili più attenti, scena del water compresa).

giudizio: ** 1/2



(Venerdì 18 Gennaio 2013)


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