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La recensione del film curata dalla vincitrice di "Genere Femminile"

Sacro Gra


di Antonella La Greca


Mai, in settant’anni di storia della Mostra del Cinema di Venezia, era accaduto che il Leone d’Oro venisse assegnato ad un film non di finzione. Tuttavia, definire documentario quest’opera di Gianfranco Rosi sarebbe quanto meno riduttivo, se non fuorviante, persino.
L’antiepopea che si dipana durante le quasi due ore di “Sacro Gra” è un intricato intreccio, solo apparentemente casuale, di storie aventi per protagonisti esseri umani molto diversi fra loro (barellieri, nobili decaduti, prostitute, etcetera), eppure tra loro intimamente legati. In effetti, il fattore che queste varie vicende accomuna è il movimento apparente ma vano di un’umanità sperduta e che pure conserva, al fondo, una propria dignità; e se è rintracciabile un fil rouge che metta in corrispondenza tra loro le storie che Rosi ci lascia intravedere esso è la solitudine, l’isolamento più o meno voluto, più o meno subìto rispetto al resto del mondo, e in primis rispetto a tutto ciò che quell’anello di nero asfalto (la più estesa autostrada urbana d’Italia) racchiude. La Città Eterna rimane sullo sfondo: sfocata, distante, irriconoscibile, o solo accennata attraverso le battute di qualche protagonista che guarda dalla finestra di squallidi monolocali con vista (sul raccordo anulare!).
Sino dall’incipit, l’immagine che giunge allo sguardo dello spettatore è quella di un insensato brulichìo di automobili che le prime inquadrature, volutamente fuori fuoco e sottoposte ad un processo di de-realizzazione, ci restituiscono quasi si trattasse di un dipinto astratto, un quadro futurista cui è stato però sottratto il movimento.
Il brulicare del traffico rimanda d’altronde al lavorìo feroce dei coleotteri (oggetto di studio accanito da parte di un singolare entomologo, uno dei più memorabili tra i protagonisti del film) che, da dentro, rodono e corrodono le palme, divorando il fusto della pianta a partire dal cuore. Analogamente, ma in senso opposto, accade per il Grande Raccordo Anulare: non dall’interno, ma dall’esterno della metropoli, instancabili e ineliminabili come il punteruolo rosso parassita della palma, migliaia di autovetture si muovono, a volte sfrecciando veloci, più spesso lente o addirittura immote, bloccate nell’enorme pania del “traffic jam”.



Una sorta di Odissea all’alba del terzo millennio, che ha però smarrito la dimensione del “nostos: il viaggio è oramai privo di mèta ed il percorso che più volte si compie è in effetti circolare, dunque chiuso, e concluso in sé. L’andare rivela un’irreparabile carenza di senso, la mancanza di una direzione, di un qualsivoglia punto d’arrivo. Ma qui la poeticità di molti dei personaggi scaturisce proprio dalla loro condizione, oggi comune a tanti esseri umani, di sradicati, di dropout, o di epigoni di mondi scomparsi (dal nobile torinese decaduto, recluso con la figlia in un claustrofobico monolocale, al tiberino pescatore di anguille).
Se ne “La grande bellezza” Sorrentino ci aveva regalato uno struggente affresco di una Roma senza tempo, decadente e sospesa, pervasa da una sorta di mortifero incantesimo (“stupenda e misera città/che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini […]; Pier Paolo Pasolini, “ Il pianto della scavatrice”, ne “Le ceneri di Gramsci”), nel (docu?) film di Rosi assistiamo invece ad una parcellizzazione della realtà urbana, che produce nello spettatore un effetto di straniamento; nessuna “reductio ad unum” è qui ipotizzabile, e vano risulterebbe il tentativo di riaccostare le tessere di un mosaico impazzito, che non rimanderebbe immagine alcuna: il senso ultimo è qui, paradossalmente, la mancanza di esso.
Dai tre anni di intenso lavoro che questo coraggioso regista ha con grande vis creativa dedicato al suo film prende forma il malinconico ritratto di una disarmante ma al tempo stesso poetica, malinconica umanità, che resta ai margini - a volte per fatalità, altre volte per scelta – dell’Urbe, e della vita.


Concorso per recensioni "in rosa"
Genere: Femminile Quando le donne criticano il cinema.
Deadline 30 novembre



(Sabato 11 Gennaio 2014)


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