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Jean-Marc Vallée affronta il delicato tema dell’ HIV

Dallas Buyers Club

Eccellente interpretazione McConaughey


di Veronica Canalini


In punta di piedi Jean-Marc Vallée affronta il delicato tema dell’ HIV in “Dallas Buyers Club”, suo nuovo film uscito da poco anche nelle sale italiane, che si stanno riempiendo, a mano a mano, delle opere in corsa per la conquista di una statuetta.
Il realismo del dramma è costantemente accompagnato da un’ innocenza inconsapevole che emoziona e commuove teneramente, anche nella durezza di alcune scene.
Anime buone sono le protagoniste di questa storia, ispirata per altro ad una vicenda realmente accaduta nel Texas della seconda metà degli anni Ottanta, che ripercorre le tappe di una vita che trova la propria ragion d’essere nella sua fase terminale. Quando infatti la malattia segna irrevocabilmente il destino di Ron Woodroof, interpretato da un McConaughey incessantemente sopra le righe, egli, prima uomo dissoluto, vittima di eccessi e sregolatezze, nella lotta per la sopravvivenza scopre il suo volto più autentico, anche grazie ad input provenienti dall’esterno. A formare la sua tenace eppure fragile personalità contribuiscono, infatti, la transgender Rayon e la dottoressa Eve.



Jared Leto, assente dalle scene cinematografiche da circa cinque anni, sembra scegliere con cura e, soprattutto, grande umanità il ruolo per calcarle di nuovo, facendo di esso quella che è, fino ad ora, l’interpretazione più elevata della sua carriera. In questa impressionante trasformazione, psicologica oltre che fisica (l’attore ha indossato i panni del personaggio per tutta la durata delle riprese), Rayon risulta così vera da convincerci di esistere sul serio in una qualche provincia texana, forte nel difendere una scelta di vita, un modo di essere, impaurita però da una prospettiva di non-vita che non è facile contrastare.
La figura di Eve, di una Garner meno complessa ma ugualmente credibile, è lo stimolo che spinge il protagonista ad aprire gli occhi su un panorama di sentimenti precedentemente ignorati; la loro amicizia sfocia in una dolcezza che sembra avere sostanza per quanto è autenticamente sentita, e li porta alle soglie di un amore latente, in cui è tangibile, da una parte, la conturbante impossibilità di appartenersi fisicamente, dall’altra, quella sensibilità sottile che questo comporta.
Fondando il Dallas Buyers Club, Ron, al di là del superficiale, ma solo iniziale, fine proiettato al guadagno, nel distribuire medicinali condivide scoperte e speranze, offre se stesso agli altri in un atto di genuina generosità, nell’abisso trova un appiglio che prima gli era estraneo.
Linearità nel susseguirsi delle scene, attinenza al vero e capacità di emozionare sono i semplici ingredienti di questo film che vale la pena di essere sofferto e, insieme, squisitamente gustato.
Il finale, che non mostra quello che viene solo narrato, è giustificato dalla voglia di preservare in chi guarda quel desiderio di redenzione possibile, quella capacità di affrontare il flusso del reale con un pianto cui deve seguire un sorriso. E’ con un sorriso che Ron Woodroof ci insegna ad amare, e non conta la fine; quella è lì, che inevitabilmente aspetta tutti.

giudizio: ***



(Giovedì 6 Febbraio 2014)


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