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Steve McQueen racconta l'offesa di un corpo nato libero

12 anni schiavo

La macchia nera ed indelebile della coscienza americana


di Roberto Leggio


Nascere liberi e ritrovarsi in catene. L'afroamericano Salomon Northup è un piccolo artigiano e un eccellente violinista. Vive serenamente da uomo libero a Saratoga, nei pressi di New York, con la moglie e suoi due figli, senza che il peso del colore della sua pelle lo facciano sentire un “diverso”. Siamo nel 1841 e la guerra di secessione è ancora da venire e gli stati del sud, vivono di agricoltura e la raccolta del cotone, sfruttando con la schiavitù nera i loro interessi. Ma per Salomon Northup, tutto questo è solo una lontana “brutta storia”. La sua vita cambia improvvisamente quando due uomini bianchi, spacciatisi per artisti di circo, lo convincono ad una tournee a Washington per una quindicina di giorni, nei quali dovrebbe accompagnare i loro numeri con la sua musica. L'inganno però è dietro l'angolo: i due uomini, prima lo drogano, poi gli sottraggono i documenti di uomo libero, lo mettono in catene per essere venduto come schiavo ad un ricco proprietario terriero del Sud degli Stati Uniti. La sua odissea durerà dodici anni, dove verrà vessato, sfruttato, frustato, annichilito nel corpo, ma non nella mente, in quanto la sua dignità di uomo lo costringerà a sopravvivere, finché un abolizionista canadese lo trarrà in salvo e metterà fine al suo incubo.


Rincorrendo i tempi di Barak Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti, l'America da qualche anno in qua sta cercando di rivedere la propri storia. Una storia di eroismo, ma anche di sangue, sopraffazione, pulizia etnica. Macchie indelebili nell'anima di un grande paese, spudorato, bigotto, patriottico e infantile se vogliamo, ma violento e molto puritano. 12 anni schiavo, del regista britannico di colore Steve McQueen, esce dopo poco più di un anno da Django Unchained di Quentin Tarantino, raccontando la vera storia di un uomo che ha provato sulla sua pelle e nello spirito il “martirio” di un popolo vessato, torturato, violentato e lasciato il più delle volte a morire senza pietà. Salomon Northup, al contrario di Django “il liberato”, non cerca la vendetta, ma attende sopportando torture fisiche e psicologiche osservando attraverso i propri occhi le contraddizioni di un paese in evoluzione, dove il “corpo” dei neri è solo carne da lavoro o veicolo di piacere di padroni spesso sadici e perversi. Senza cadere in patetismi di sorta, Steve McQueen ci trascina in un viaggio all'interno della mostruosità della schiavitù, cercando di risvegliare le coscienze intorpidite dello spettatore contemporaneo, mostrando tutta la perversità di chi con la bibbia in una mano e la frusta (od il fucile) nell'altra, ha cerato di annullare lo spirito di esseri umani “non degni” di questo nome. E tanto per non cadere in contraddizione il regista britannico ci regala almeno due scene madri: il disgraziato appeso per il collo e lasciato in equilibrio sulla punta dei piedi mentre attorno a lui regna l'indifferenza più estrema; e la scena dell'incontro con i nativi Seminoles, metafora del futuro genocidio indiano. Immagini esplicite che compenetrano il cuore nero di una nazione che, nonostante una guerra civile e un proclama di emancipazione, non è ancora in pace con se stessa.

Giudizio: ***1/2



(Giovedì 20 Febbraio 2014)


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