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Il moto perpetuo del potere

Snowpiercer

In un mondo di ghiaccio il futuro dell'umanità


di Roberto Leggio


Un treno enorme, lunghissimo, percorre in perpetuo il giro della Terra. Ma non è il pianeta verde e azzurro che conosciamo e che dovremmo preservare a tutti i costi. E' un pianeta precipitato in una nuova era glaciale, dove i sopravvissuti non vivono sulla superficie, ma dentro i vagoni di questo microcosmo in movimento. Fantascienza distopica per immettere in orizzontale il crogiolo di uomini (e non) costretti a convivere da reclusi organizzati in maniera ferrea: dietro, sul fondo, i poveri, i reietti tenuti sotto sorveglianza armata; davanti, in testa, in prossimità della “locomotiva”, i ricchi, guidati da un dittatore che permette loro ogni svago e comfort. La situazione in perenne “stasi” verrà presto scardinata, in quanto gli abietti, coagulatisi attorno al leader carismatico Curtis, si preparano alla rivolta in cerca di dignità e forse di libertà.


Lasciate perdere qualsiasi film , romanzo o dramma sulla lotta di classe tra ricchi e poveri, Snowpiercer è molto di più e tanto meglio. Innanzitutto perché immette nella storia una sorta di “scalata” sociale per sovvertire il potere costituito, poi perché mostra i danni della scienza per rimediare ad un secolo (il XX?) di perpetrata incuria ai danni del pianeta Terra, fragilissimo ecosistema, nostro focolare e nutrice. Il freddo che circonda il treno ed i suoi supersonici vagoni, non è altro che la metafora del ghiaccio che opprime i ceti più bassi, soggiogati dalla società dei consumi e dell'apparenza. Il film è in ogni modo è tratto da un fumetto di culto francese (Le Transperceneige), che fin dagli anni '80 a fatto gola a tanti per poterlo portare sugli schermi. A rendere possibile questo capolavoro di immaginazione, sospeso tra azione e introspezione sociologica, è stato il regista sud coerano Bong Joon, che è riuscito a coinvolgere l'America pur di rendere “realistico” il suo sogno di sempre. Così mette in scena un dramma post apocalittico, scompaginando le regole fisse di un classico blockbuster. Anzi, Bong Joon, adagia il suo cinema “intellettuale” alle regole di una storia di rivoluzione socialista che diventa sempre più acerrima e di pari passo ci si avvicini alla testa del treno. In questo modo ha anche il tempo di “scandire” il sangue che scorre, con un gusto quasi grottesco della guerra tra gli oppressi e gli oppressori. Ne resta un inusuale capolavoro di genere, che magari avrà da subito dei detrattori, ma che con il seno di poi, potrebbe diventare un vero cult.

Giudizio:***



(Giovedì 27 Febbraio 2014)


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