.


Recensioni Festival Eventi Sipario Home video Ciak si gira Interviste CineGossip Gadget e bazar Archivio
lato sinistro centro

Home Eventi      Stampa questa pagina  Invia questa pagina  Zoom: apri la pagina in una nuova finestra


Commenti, risultati e confronti

La notte degli Oscar 2014


di Veronica Canalini


“Allright, allright, allright!”. E’ ormai il motto portafortuna di Matthew McConaughey; con queste parole l’attore aveva esordito sul palco dei Golden Globes, con le stesse conclude il suo sentito discorso dopo la vittoria come miglior attore protagonista.
Ma un momento, contestualizziamo. Notte degli Oscar 2014, dopo più di tre ore dall’inizio della cerimonia sale sul palco la bella e brava Jennifer Lawrence per assegnare l’ambita statuetta alla miglior interpretazione maschile in veste di protagonista. Non c’è discussione, la battaglia è fra due; il veterano DiCaprio con il suo Jordan Belfort ci crede, ma la concorrenza di McConaughey è spietata. E quando la Lawrence, dopo un “oh” di concitata ammirazione, pronuncia il nome di quest’ ultimo, non ci si può che inchinare di fronte al coraggio di questo uomo che in soli due o tre anni ha saputo stravolgere, per il meglio si intende, la propria carriera, e prestare il suo volto, metonimico di tutto se stesso, all’ anima di Ron Woodroof.
Quello di “best actor” non è però il solo riconoscimento che Dallas buyers club ha ricevuto. Se infatti riavvolgiamo il nastro indietro di circa tre ore fino all’inizio della cerimonia, troviamo un raggiante Jared Leto con l’omino dorato in mano, a coronazione non solo di un percorso lavorativo, ma anche e soprattutto di vita, nel trasporre sul grande schermo la fragilità della transgender Rayon.
Se il film di Jean-Marc Vallée vanta il cast maschile migliore dell’anno, il panorama femminile è più vario. Tra i “leading roles” si impone su tutte la meravigliosa Cate Blanchett, che anche in quanto ad eleganza non lascia spiragli a nessun’altra. D’altronde la statuetta era già a priori nelle tasche dell’attrice australiana, sulla cui interpretazione si regge interamente il drammatico quanto delirante Blue Jasmine. Sul palco è radiosa. Ringrazia tutti come di consuetudine e in particolare il regista che l’ha diretta, Woody Allen. E tra le righe si legge che, si, la sua vita privata è ambigua, ma che, no, non per questo merita di non essere considerato il grandissimo artista qual’ è.

Una scena di "12 anni schiavo"



La miglior non protagonista è invece l’ esordiente Lupita Nyong’o. Tutto meritato l’Academy Award per la sua Patsy di 12 anni schiavo. E’ lei la più commossa della serata, quando in un bellissimo abito turchese di memoria disneyana accetta il premio e lo dedica allo spirito di una delle tante schiave seviziate nell’ America di metà Ottocento, quella da lei interpretata.
A proposito di questo tema, è proprio 12 anni schiavo ad essere consacrato come miglior film. Una scelta che sa tanto di “politically correct”, ma che trova comunque fondamento in certi indiscussi meriti: riportare alla luce capitoli dolorosi di storia americana attraverso una regia sapiente e personaggi intensi, curati da un cast ottimo nel quale spicca l’intenso Michael Fassbender.
Alfonso Cuaròn vice il premio per la miglior regia e diventano sette le statuette collezionate dal suo Gravity, che si è distinto in quasi tutti gli oscar tecnici, aggiudicandosi quelli per effetti speciali, montaggio, sonoro e montaggio sonoro, fotografia e colonna sonora. Tutti legittimi? Porbabilmente si. Qualche reticenza solo per quanto riguarda la fotografia, per la quale si è preferito premiare un film che fa notevole uso del digitale, a discapito delle scene dal vero. Avrebbe meritato un riconoscimento, magari proprio in questa categoria, Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, che tornano invece a casa a mani vuote.
Oscar anche a Her, decisamente sottovalutato dai membri dell’ Academy, per la sceneggiatura originale di Spike Jonze, mentre il miglior adattamento risulta essere il lavoro fatto sulla sceneggiatura di 12 anni schiavo, che conclude quindi la serata a quota 3 premi vinti su 9 nominations.
Trionfa Frozen nel campo dell’animazione, con qualche rimpianto per il non premiato The wind rises, opera ultima del grande Hayao Miyazaki, che ha annunciato il ritiro dalle scene già da qualche tempo.
“Et dulcis in fundo” la statuetta al miglior film straniero che dopo ben 15 anni ritorna in Italia grazie a La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Film senza dubbio molto discusso, elogiato da molti, affatto da altri, che in ogni caso ci ricorda quanto il nostro paese sia prezioso e possa farsi valere anche in ambito internazionale, in questo caso per un’arte che l’America ha, diciamocelo, molto imparato anche da noi. E se negli ultimi anni il cinema italiano non sembrava sostenere le aspettative inoltrategli da un glorioso passato (11 in tutto gli oscar al Bel Paese per il miglior film), questa vittoria ci riscatta in pieno, ci dà un po’ di quella sana vanagloria di chi sa di essere apprezzato per ciò che fa.



Il 43° film di Allen punta tutto su Cate Blanchett
Blue Jasmine
Anti-eroina alleniana in cerca della propria identità

Jean-Marc Vallée affronta il delicato tema dell’ HIV
Dallas Buyers Club
Eccellente interpretazione McConaughey

Recensione della menzionata del concorso "Genere Femminile"
Gravity

Metafisica del Karma
Gravity
Fluttuando nello spazio alla scoperta della vita

Steve McQueen racconta l'offesa di un corpo nato libero
12 anni schiavo
La macchia nera ed indelebile della coscienza americana



(Lunedì 3 Marzo 2014)


Home Eventi      Stampa questa pagina  Invia questa pagina  Zoom: apri la pagina in una nuova finestra

lato destro