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Commedia non pienamente riuscita di Dany Boon

Supercondriaco- ridere fa bene alla salute

Funziona la coppia Dany Boon- Kad Melad


di Francesco Castracane


All’alba dei 40 anni, Romain Faubert non è ancora sposato e non ha figli. Fotografo per un dizionario medico online, Romain è vittima di un’ipocondria che segna la sua vita ormai da troppo tempo, facendo di lui un nevrotico in preda alle paure. Il suo unico, vero amico è il dottor Dimitri Zvenka, suo medico curante, la cui unica colpa è stata prendere a cuore il caso di Romain, salvo poi pentirsene amaramente. Il malato immaginario, infatti, è un soggetto difficile da gestire e Dimitri farebbe qualsiasi cosa per sbarazzarsene definitivamente. Zvenka pensa, però, di aver trovato il rimedio che lo libererà definitivamente, ma senza traumi, da Romain Faubert: lo aiuterà a trovare la donna della sua vita. Per questo lo invita alle feste che organizza a casa, lo fa iscrivere a un sito internet di incontri, lo obbliga a fare sport, gli spiega come comportarsi con le donne e come conquistarle. Eppure, trovare la donna capace di sopportarlo e convincerlo, per amore, a dire addio all’ipocondria, si rivela alquanto difficile...



La cultura francese ha antiche tradizioni di ipocondriaci: l'ultimo lavoro del grande Moliere è “Le Malade imaginaire” del 1673, e racconta appunto la storia di un malato immaginario. Dany Boon, nelle interviste relative al film, dichiara di avere messo in scena parte delle sue fobie e del suo rapporto con il proprio medico di famiglia, che per la cronaca, si chiama Roland, e compare in vari punti del film. Naturalmente il regista non cerca il confronto con Moliere, ma pare che anche questi fosse ossessionato dalla malattia.
Il regista del riuscitissimo “Giù al nord”, che ha poi ispirato la versione italiana “Benvenuti al Sud” del regista Luca Miniero, torna dopo cinque anni a recitare assieme all'attore di origine algerina Kad Melad, che interpreta il medico del protagonista.
Effettivamente la coppia funziona, il film un po' meno. E' indubbiamente divertente ma in alcuni momenti il lavoro sembra perdere ritmo.
Ci sono alcune scene molto gustose, ad esempio la fuga dalla festa di capodanno, oppure la trasformazione dell'impavido malaticcio in leader della resistenza dell'immaginario paese del Tcherkistan, nato dal crollo dell'ex Unione Sovietica. Ci sono anche molte idee interessanti: i primi incontri con sconosciute reperite attraverso i siti di appuntamenti online; il ruolo di Google, che compare nei titoli di testa e di coda, come strumento attraverso il quale le persone sviluppano le proprie autodiagnosi, alimentando così le fobie e le ipocondrie; il rapporto tra il medico e la propria moglie, psicoanalista, che continua a diagnosticare al marito la sua nascosta omosessualità. Ma sono spunti, che purtroppo non vengono adeguatamente nutriti, sacrificati allo sviluppo della storia principale, che a un certo punto, da commedia diventa un film di azione. Il protagonista, a causa di uno sostituzione di persona, viene scambiato per il leader dell'opposizione del Tcherkistan, catturato e incarcerato. A questo punto il commando guidato dal vero leader lo libera.
A qualcuno questa deriva non è piaciuta, a me personalmente sì. E' sempre degno di nota quando un regista, che potrebbe rimanere nel proprio conosciuto e sicuro orticello, tenta delle incursioni in generi che gli sono sconosciuti. E tutto sommato, le scene di azione non gli sono venute male, grazie anche a una ottima fotografia adatta allo scopo. E il regista pare essere tutt'altro che sprovveduto nell'uso degli spazi e dei movimenti.
Un'altra critica al lavoro che a me è sembrata essere ingiusta, è stata quella di rappresentare l'immaginario paese dell'ex Unione Sovietica, utilizzando degli stereotipi lisi e forse razzisti. In realtà come il regista ha già dimostrato in “Giù al Nord”, è proprio partendo dall'uso degli stereotipi che è possibille rovesciarli e dimostrarne l'inesistenza.
La descrizione del Tcherkistan, paese pieno di macchine squadrate, carri trainati da cavalli, buio malamente squarciato da vecchi lampioni, carceri sotteranee piene di topi e scarafaggi, è la rappresentazione dello stereotipo nell'immaginario collettivo. Solamente se si è in grado di portare questa rappresentazione alle estreme conseguenze, inserendole in un contesto da commedia, diverrà possibile metterne in crisi la struttura.
Insomma, si ride ma non tanto per la storia, che non brilla per originalità, ma sopratutto per la grande capacità attoriale dei protagonisti.
Adatto per passare una serata spensierata e senza grandi pretese.

giudizio: **



(Venerdì 21 Marzo 2014)


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