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Il suicidio come terapia di gruppo

Non buttiamoci giù

Il passaggio dalla pagina scritta al grande schermo non rende giustizia a Nick Horby


di Roberto Leggio


E' la notte di Capodanno a Londra. Sul palazzo più alto della città, quattro persone si incontrano con un unico intento: buttarsi giù dal tetto e farla finita. La situazione è fin troppo paradossale e i quattro (un ex anchor man screditato dalla stampa e dall'opinione pubblica, una madre “disperata” di un figlio handicappato, una ragazza in perenne cerca d'amore figlia di un politico “poco di buono; un rockettaro dismesso che per tirare avanti porta pizze a domicilio) dopo aver legato, decidono di non “accopparsi” per almeno sei settimane, nelle quali cercheranno di fare “famiglia”, per poi tirare le conclusioni della loro strana convivenza. Finiti sulle “bocche” dei media, che fiutano il sensazionalismo, fuggono in vacanza alle Canarie, ma al loro ritorno il flusso inarrestabile della vita e un evento drammatico li riporterà nuovamente sul tetto a salvare uno di loro e forse definitivamente loro stessi.


Tratto dal romanzo di Nick Horby, questa versione per grande schermo pecca per la puerilitrà della sceneggiatura e per non essere in grado di far “ridere” del dramma della depressione. Il regista Pascal Chaumeil (quello de Il Truffacuori), in questo senso si assesta su una serie di cliché che in un soggetto del genere non dovrebbero essere messi in evidenza. Così dirige il film con il pilota automatico, accompagnandoci nella vita di questa famiglia “disfunzionale”, legata da un senso si di amicizia ma soprattutto da un malessere di vivere che avvelena le loro e le vite di chi gli sta attorno. In questo modo la contaminazione tra dramma e commedia è appena sfiorata, non andando mai al centro della questione. Ne resta un film carino sul piano estetico, ma dispersivo e non coagulante sul lato di pathos... infatti non si riesce a mai a simpatizzare veramente per nessuno dei quattro protagonisti, in fondo tutti egocentrici e autodistruttivi. Forse solo Maureen (interpretata da Toni Colette) riesce a dare spessore a quella madre che deve da sola (e con tutti i problemi che essi comportano) a curare, amare e sostenere il figlio destinato a vivere per sempre su una sedia a rotelle o ancorato ad un letto. Ma è solo un dettaglio fugace in un film che avrebbe potuto essere più compiuto. Più scritto e recitato.

Giudizio: *1/2



(Domenica 23 Marzo 2014)


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