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Nel futuro utopico non tutto “funziona” a meraviglia

The Giver - Il mondo di Jonas

Liberi prigionieri di un presente laccato e senza colori


di Roberto Leggio


Il nostro futuro è senza colore. Però è perfetto nel suo pulito bianco e nero, semplificato nel linguaggio, senza differenze di razza e di religione. Non ci sono guerre, violenza e nemmeno carestie. Si nasce per via “indiretta”, generati da ragazze delegate e le famiglie vengono create dagli Anziani in base alla compatibilità. Le emozioni, i sogni, le intenzioni sono bandite tramite una droga che le sopprime tutte. Ma questa perfezione (priva di qualsiasi ricordo) non è così gratificante. Se ne accorge ben presto Jonas, giovane con il dono di poter “sentire”; quando dopo la Cerimonia dei 12 (nel quale agli adolescenti che si avviano alla vita adulta viene affidato il mestiere che più ne rispecchia le inclinazioni) si ritrova a ricoprire il ruolo di “custode delle memorie”. Mandato a “studiare” dall'unico “donatore” che può mostrargli il passato, Jonas comincia a prendere coscienza del presente, innescando in lui la possibilità conquistare un libero arbitrio che potrebbe scatenare una rivoluzione.


L'utopia/distopica insita nei romanzi-cinematrogafici per ragazzi che dilaga nelle sale e nelle librerie di tutto il mondo negli ultimi anni è di per sé la percezione dell'insicurezza del futuro. The Giver (che fa parte nel suo complesso di una tetralogia scritta da Lois Lowry), al contrario di Hunger Games (ad esempio) è un best sellers uscito venti e passa anni fa, in tempi ancora non sospetti; e fin dalla sua pubblicazione ha generato dilemmi per il modo in cui mostra una società perennemente felice, ma sostanzialmente imperfetta capace di commettere atti crudeli e sconvolgenti (i bambini malati ed i vecchi vengono eliminati senza dolore). Il film di Philip Noyce (fortemente voluto da Jeff Bridges - qui in veste anche di produttore - che da anni covava l'idea di una riduzione cinematografica), non si arrischia di lanciare nuove tesi e si destreggia bene nella costruzione del distacco “umano” dei protagonisti, prigionieri di un'anestetizzata ideale armonia; narrandoci un mondo in bianco e nero che si colora via via che Jonas prende coscienza di se. A scricchiolante è invece il contesto (un mondo-città circondato da nebbia perenne posto sull'orlo dell'abisso), immaginato con case (unità abitative) tutte uguali e telecamere puntate su tutto e tutti che paiono uscire dalla serie televisiva anni '60 Il Prigioniero. Senza contare che l'appeal dei protagonisti principali non è dei migliori (compresa >b>Meryl Streep), non riuscendo ad aggiunge polpa ad un fanta-thriller (nel finale accadono troppe cose e molto in fretta), che si chiude con le luce di un bianco natale, metafora forse di una nuova rinascita. Ne resta un film senza guizzi, piacevole, privo però di colpi di scena d'antologia.

Giudizio **



(Venerdì 12 Settembre 2014)


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