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Fa più paura la bambola che il diavolo

Annabelle

Dal buio nessun terrore e ne possessione


di Roberto Leggio


La bambola maledetta e solita possessione. California anni '60. Lia ed il marito sono un bella coppia. Lei è incinta e lui è un medico di futuro successo. Per festeggiare la nascita della loro bambina Mia, il dottorino regala alla moglie una grossa (inquietante) bambola di legno vestita di bianco, che subito finisce come soprammobile nella stanza della nascitura già piena di altri bambolotti. Nella casa affianco abitano dei vicini paciosi, sempre presenti alla messa cattolica, che da qualche tempo non vedono la loro figliola andata a vivere in una comune hippie. Una notte i vicini vengono massacrati a colpi di coltello e i due responsabili (un tipo pizzuto e arruffato alla Charles Menson e la compagna assatanata di bianco vestita) si rifugiano nella casa di Lia per compiere un ulteriore macello, fortunatamente fermati dal tempestivo intervento della polizia. La va che una goccia di sangue della ragazza uccisa finisca nella testa della bambola inquietante dando inizio ad una possessione che terrorizzerà la vita di Lia, della figlia Mia, del dottore, di un prete cattolico e di una bibliotecaria di colore, apparentemente conscia di quello che sta per accadere.


Della bambola Annabelle conoscevamo le fattezze e la sua cattiveria, ma non sapevamo come fosse diventata tale. La sua prima apparizione è di pochi minuti ne The Conjuring – l'evocazione, ma tanto è bastato al regista James Wan (qui in veste di produttore), a pensare di estendere la questione dando vita ad uno spin-off che raccontasse come e perché Annabelle è diventata il veicolo del male assoluto. Così rincorrendo una vicenda accaduta dieci anni prima, il film diretto dall'odierno John R. Leonetti affonda le mani in un horror canonico zeppo di citazioni, non eguagliando l'originale. Il plot narrativo è di per sé evocativo: siamo negli anni '60, periodo di LSD, di hippie e di sette sataniche. Così non è molto originale che l'ombra di Charles Menson aleggi sul massacro iniziale e non è nemmeno tanto originale che la coppia di Lia e di suo marito (perennemente sorridente anche quando il diavolo ci mette le corna) vivano in un complesso verticale, in un appartamento enorme, che ricorda troppo da vicino l'ambientazione di Rosemary Baby. Leonetti, insiste perfino nell'inquadratura del palazzo, riprendendolo dal basso nella stessa maniera che Roman Polansky osservava dall'alto il luogo del suo film culto. Senza contare che la storia odierna, con la bambola terrificante posizionata spesso come ninnolo immobile, non inventa nulla nel creare terrore. Si, certo, in due o tre scene si salta sulla sedia, ma per tutto il film si pervade una sensazione di deja-vu che alla fine appesantisce il risultato. Che Leonetti non sia Wan, lo si vede dal modo in cui indugia troppo sull'espressione disturbante della bambola Annabelle, e non bastano gli scricchiolii, apparizioni fugaci e buio a mettere tensione; perché tutto è palesemente ammorbidito (non approfondito?) da una sceneggiatura non solida e nemmeno inquietante. L'horror postmoderno di James Wan (ideologo di Saw e Insidious) è qui scialacquato e non tralascia nulla che non sia stato già stravisto. Alla fine solo una domanda resta sospesa: ma Annabelle mette davvero paura? No, è meglio rinchiuderla al sicuro dentro una teca di vetro. Magari in quella posizione non arrecherà nessun danno. Sempre che ne abbia arrecato davvero.

Giudizio: *1/2



(Giovedì 2 Ottobre 2014)


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