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Il canto funebre del cinema italiano

Tutto molto bello

Paolo Ruffini tenta il colpo gobbo (dopo Fuga di Cervelli), ma fallisce su tutta la linea


di Roberto Leggio


In mortem circenses. Sullo sfondo on the road tre personaggi in cerca di autore (citazione dotta ma non troppo aderente), si rincorrono in una delirante avventura prima che nascano due bambini. L'irreprensibile impiegato delle entrare Giuseppe Pacilli, inadeguato a diventare padre (c'è scappato il pupo dopo appena un amplesso), si ritrova con la vita scombinata quando incontra Antonio, anch'egli futuro padre, che lo trascina in un viaggio senza fine che parte da una pizzeria non propriamente igienica, prosegue in una bisca clandestina e in una villa di un emiro pazzo per sosia. Durante l'odissea si uniscono altri personaggi fuori dalle righe: un cantante innamorato di Pupo (che incontreranno sul serio durante una partita a carte), un vero psicopatico armato di fucile a pompa, una ben strana segretaria e una madre single costretta dalla vita a vivere in maniera stravagante. Inseguiti perfino dalla polizia, il gruppo si riunisce all'ospedale dove alla fine arriva la cicogna.


La morte del cinema italiano passa per la comicità trash di Paolo Ruffini. Viso, corpo e parole dal nulla televisivo, luogo dal quale egli è nato e cresciuto e che (ahimè) gli ha dato fortuna. Tutto molto bello è un “qualcosa” di indefinibile. E' un non film, con una non regia e una non recitazione. Tutto è abbozzato, compresso in una comicità becera, kitsch, che tanto piace a quegli italiani brava gente, con il cervello fritto. La pellicola vola via senza avere nulla da raccontare, perché quello che era in sceneggiatura (mal scritta tra l'altro) è finito in immagini fine a se stesse. Non si ride. Non si pensa. Non si ci immedesima nei personaggi che si animano sullo schermo. Più che altro si piange, ricordandoci di come era bella la commedia all'italiana, che tanto lustro diede al nostro cinema, in un passato ormai remoto e di cui abbiamo perso totalmente la memoria. Ricordiamolo almeno per i meno informati: la commedia all'italiana (quella che faceva ridere e pensare con un pizzico di drammaticità) era costruita da un manipolo di sceneggiatori di levatura (oggi si direbbe con “le palle”) e spesso dietro la macchina da presa c'erano dei registi come Monicelli, Risi, Comencini, Steno, De Sica; mentre gli attori erano di vero talento come Sordi, Gassman, Tognazzi, Mastroianni, tanto per citarne solo alcuni. Ruffini invece insegue un canovaccio approssimativo, figlio della televisione del niente, dando ai moderni spettatori distratti (avete notato quanti telefonini di ultima generazione accesi in sala durante le proiezioni?), quello che essi si aspettano. Gag ad alzo zero, spesso triviali, molto volgari, stupide, sguaiate, il più delle volte zeppe di doppi sensi che ormai non fanno più ridere nessuno. Fa male parlare così del nostro cinema. Ma fa ancora più male pensare che un prodotto del genere di certo guadagnerà quel tanto per permettere a Ruffini e al suo umorismo “surreale” (magari!) di sfornare presto o tardi una nuova opera che piacerà al suo (solo quello, speriamo) sparuto pubblico. Perché se la “topa” che gli ha creato guai televisivi (ironizzando su Sophia Loren), gli permesso di avere un po' di notorietà, è altrettanto vero che un vero “topo” deve avergli roso il cervello, azzerando qualsiasi sinapsi. Qualsiasi briciolo di intelligenza.

Giudizio: °



(Martedì 7 Ottobre 2014)


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