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Incontro con il direttore della fotagrafia di Svelvio-crocevia della pace

Alessandro Soetje

"Con “I muri di Kihlgren” racconto la storia di un paese risorto dall'abbandono"


di Oriana Maerini


Fotografo, direttore della fotografia, documentarista e ora anche regista di lungometraggi con “I muri di Kihlgren”. La carriera di Alessandro Soetje inizia, nel 1990, grazie alla sua passione per la fotografia. Nel 1993 vince, con cinque nudi femminili, il primo premio alla competizione nazionale Erotica 93. Poi passa al video, dirigendo la fotografia per video industriali e istituzionali e lavorando come cameraman per le principali reti nazionali italiane, come Rai, Mediaset e Tele+.Successivamente lavora a livello internazionale per network come BBC, CBS, Canal Plus, Arte, Sat1, RTL.. Nel 1996 dirige un cortometraggio, L’ospite, che riceve una menzione speciale al festival Lombardia 2000 e viene selezionato al festival Paesaggi del Corto. Nel 1998 inizia la carriera di documentarista, con una serie intitolata L’Africa vista dagli Africani, girata in Africa e messa in onda da Sat 2000. Il documentario Bambini d’Africa, riceve il Giglio d’Argento al Valdarno Film Festival e il premio FEDIC al Montecatini Film Festival e al Festival del Cinema Africano. Successivamente collabora all’inchiesta televisiva Viaggio nella scuola, di Sergio Zavoli e dirige il documentario Spike Lee, sul famoso regista afro-americano. Dirige poi la fotografia di molti documentari e reportages, tra i quali, Il sogno di Maribel (Rai Tre), Giovani nella nebbia (Rai Tre), Explorer Highway (Rai Tre), ADHD - Rush Hour (distribuito nella sale cinematografiche italiane) e ultimo Stelvio,crocevia della pace recentemente presentato alla stampa.

Lei nasce come fotografo e direttore della fotografia perché ha deciso di passare dietro la macchina da presa?

In realtà anche il direttore della fotografia sta dietro la macchina da presa. Forse anche per questo il passaggio alla regia mi è sembrato del tutto naturale. In ogni caso ho esordito alla regia nel 1998 con la serie di documentari “L’ Africa vista dagli Africani” che firmavo a quattro mani con Razo Ganemtore e con il cortometraggio “L’Ospite”. Successivamente ho realizzato altri documentari e molti spot televisivi e video istituzionali.
“I muri di Kihlgren”, il documentario a cui sto lavorando in questi mesi, non è,quindi, un debutto "dietro la macchina da presa" ma costituisce il mio esordio nel lungometraggio.

Ho avuto modo di apprezzare il suo lavoro per il documentario “Stelvio Crocevia della pace”. Può raccontare questa esperienza e la difficoltà incontrate?

Lo Stelvio è un luogo meraviglioso, ma anche aspro, selvaggio e a tratti inospitale. E in fondo queste caratteristiche sono parte integrante del suo fascino. La maggiore difficoltà che abbiamo incontrato è stata l’imprevedibilità delle condizioni meteorologiche. Su al passo è difficile capire non solo che tempo farà un giorno per l’altro, ma addirittura un’ora per l’altra. Per chi, come me, lavora con la luce questo può essere un vero e proprio incubo.
Eppure forse sta proprio nella grande mutevolezza della luce, dinamica, mai ferma, sempre in divenire, la qualità più affascinante delle immagini che abbiamo raccolto in montagna. Altro grande problema è stato, naturalmente, il freddo.

Tecnicamente come ha lavorato in questo ambiemte naturale?

Ho scelto di lavorare con una Canon 5D Mark III, una macchina che sapevo essere affidabile anche a temperature estreme, avendola testata in tutte le condizioni possibili in giro per il mondo. Infine la mancanza di ossigeno toglie molta forze. Il nostro è un lavoro estremamente fisico. L’aria dello Stelvio ti costringe a muoverti con lentezza e a imparare a dosare le tue energie. Ma anche da questo, dopo tutto, si può trarre giovamento. Siamo sempre più abituati a consumare tutto in fretta. Anche nel mio lavoro i costi di produzione impongono tempi di realizzazione serrati. Darsi un po’ più di tempo per trovare un’inquadratura o per soffermarsi su un dettaglio può davvero fare la differenza.

Alessandro Soetje sul set di "Stelvio Crocevia della Pace"



Perché si è appassionato alla figura di Daniele Kihlgren?

Daniele Kihlgren è un imprenditore milanese che qualche anno fa ha cominciato a comprare case a Santo Stefano di Sessanio, un paesino abbandonato incastonato tra le montagne abruzzesi. All’epoca lo prendevano tutti per matto, sinché non ha cominciato a dare corpo al suo progetto: restaurare le case che erano state di gente umile e povera - per lo più pastori e artigiani - per fare dell’intero paese un albergo diffuso. A proposito di dettagli, Daniele è tanto sregolato nella vita personale quanto di un perfezionismo maniacale nel curare la sua “creatura”. Un esempio di questo sono i muri delle case, che danno il titolo al film. Ognuno di essi è stato conservato integralmente nello stato in cui si trovava. La storia di ogni casa, i pasti, le malattie, le nascite, le morti sono tutte conservate su muri che non sono stati imbiancati, e conservano così ogni traccia della propria storia.

Come è venuto a conoscenza del suo progetto?

Ho letto della storia di Daniele su Internazionale qualche anno fa.
Normalmente archivio gli spunti per i documentari e li lascio a sedimentare per qualche settimana. Se un’idea è buona di solito torna ad affacciarsi alla mia coscienza. Se è un’idea debole, di solito annega nel flusso dei ricordi.
Con Daniele non è stato così. Appena ho letto il pezzo sono rimasto irrimediabilmente conquistato dalla sua storia e gli ho subito scritto una mail. Lui mi ha risposto subito e fin dall’inizio si è mostrato entusiasta del mio progetto.

Può parlare del lavoro sul set?

Il filo narrativo del film corre su due tracce. Da un lato c’è la storia d’amore tra Daniele e Santo Stefano. C’è il ritratto del paese da lui amato e salvato dall’abbandono in un paese, l’Italia, che non ama se stesso. Daniele cerca disperatamente di proteggere un patrimonio inestimabile che rende il paesaggio italiano unico al mondo. Mentre l’intero paese sembra disinteressarsi della sua bellezza e mostri di cemento crescono ovunque, persino in prossimità di alcuni dei luoghi più belli antichi che abbiamo, Daniele ha spinto con tutte le sue forze perché venisse approvata una legge che impedirà la costruzione di nuovi edifici all’interno del comune di Santo Stefano. Il bello è che Daniele viene da una famiglia di industriali del cemento!
L’altra faccia del lavoro sul set è consistita nel seguire Daniele nella sua vita privata. Ci ha aperto davvero le porte della sua intimità e ha una storia molto difficile alle spalle. A causa di un passato da tossicofiliaco, ha contratto negli anni ’90 l’HIV. Il suo fisico estremamente resistente ha reagito bene alla malattia, ma il prezzo da pagare è stata una sindrome da stanchezza cronica che accompagna tutte le sue giornate di lavoro. La sua straordinaria energia lo porta a ironizzare su tutto, anche sulla sua condizione e a trasformare tutto in gioco. È una persona dotata di grande carisma e fascino. Il protagonista ideale per un documentario.

Dallo Stelvio alle montagne abruzzesi. Ha una passione particolare o si tratta di un caso?

Amo la natura, amo i paesaggi. E amo gli uomini che creano una particolare relazione tra se stessi e i luoghi che li circondano. Ma non ho una particolare predilezione per la montagna.

Daniele Kihlgren nel borgo di Santo Stefano di Sessanio



In un Paese che valorizza poco le sue bellezze naturali e culturali
Il suo è un documentario dal valore simbolico?


Certamente. In parte ho già risposto, forse, a questa domanda. Nel documentario appare Vittorio Sgarbi, che è un grande estimatore di Daniele Kihglren. Nonostante i suoi modi a volte eccessivi, Sgarbi è un difensore del bello, come Daniele. Ecco, io credo che in Italia i difensori del bello dovrebbero essere molti di più. Se così fosse, quei pochi che ci sono non dovrebbero alzare così tanto la voce.

Il documentario ha ottenuto recentemente grandi riconoscimenti come il Leone d’oro a Sacro GRA di Gianfranco Rosi. E’ una rinascita di questo mezzo espressivo?

Credo che sia più un segnale che il presidente della giuria di quell’edizione, Bernardo Bertolucci, ha voluto dare al mondo del cinema. Quello del documentario è un mondo povero - “francescano” l’ha definito Bertolucci - che con pazienza e umiltà può portare a risultati sorprendenti e a volte anche a grandi successi di pubblico, come nel caso de “Il grande silenzio” di Philip Gröning o di “Essere avere” di Nicholas Philibert, per non parlare di Michael Moore.

Qual è lo stato di salute del documentario in Italia?

Non so rispondere a questa domanda. Mi sembra che noi italiani, come sempre, ci inventiamo di tutto per lavorare in condizioni che sono sempre al limite della sopravvivenza. Ma dal momento che dobbiamo reggere il confronto con realtà che sono infinitamente più ricche, la nostra è una battaglia molto difficile da vincere. Tuttavia mi rincuora il fatto che al festival di Monaco - un piccolo festival internazionale, che ha il pregio di raccogliere il meglio dell’anno passato - uno dei lavori che ho più apprezzato fosse proprio italiano: “The Special Need” di Carlo Zoratti che è un bel film, molto interessante sia nella scelta di soggetto che nella costruzione drammaturgica. In Italia il mondo della produzione ha scarsa attenzione per questo genere e trovare dei finanziamenti seri è quasi sempre un’impresa donchisciottesca. Per questo io mi sono rivolto a un produttore italiano che ha base in Germania, Alessandro Melazzini, che è anche il regista di “Stelvio - Crocevia della Pace”.
Trovo che l’unico modo per lavorare seriamente - e liberamente - nel documentario sia quello di affacciarsi al mercato estero, che è più sensibile e attento del nostro.

“I muri di K” è prodotto da Alessandro Melazzini può parlare di questa scelta?

Credo di aver già risposto a questa domanda. Aggiungo che Alessandro ha alcune caratteristiche uniche, almeno per quella che è la mia esperienza. Essendo anche un regista ha una mentalità creativa e la giusta sensibilità, ma allo stesso tempo riesce a non mettersi in competizione col regista, ciò che tante volte succede e rischia di compromettere la buona riuscita di un lavoro. In più quando si tratta di distribuire il film, uno dei momenti che considero più delicati nel corso della vita di un’opera, ha un approccio davvero molto determinato, senza il quale è quasi impossibile distribuire un documentario. Ne ho visti tanti arenarsi alle soglie della distribuzione. Con Alessandro non succede mai.

Progetti futuri?

Alcuni sono ancora in fase di studio e non ne posso parlare. È in uscita per Rai Sudtirol “Im land der Schamanen” (Nella terra dello sciamano), che ho diretto sempre per Alessandro. Si tratta di una sorta di spin off di “Stelvio -Crocevia della Pace”, poiché si concentra su uno dei personaggi del film di Alessandro. Stiamo inoltre cercando fondi per “Nella nuda terra”, un documentario su padre Richard Frechette, un missionario passionista che opera ad Haiti, uno dei luoghi più abbandonati alla miseria e al dolore che abbia mai visto.

Un'immagine di “I muri di Kihlgren"



Il trailer di“I muri di Kihlgren”:



(Giovedì 16 Ottobre 2014)


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