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La pietas di un assassino

American Sniper

La guerra nell'occhio di un cecchino


di Roberto Leggio


La parabola umana e guerriera di un assassino (legalizzato). Chris Kyle è un ragazzone del Texas, un po' tonto che cavalca i tori, spara ai cervi senza mancarli e sogna un paese “perfetto”. Cresciuto con l'idea di essere un “guardiano dei più deboli”, dopo gli attentati alle sedi diplomatiche di Kenia e Tanzania si arruola nei Navy Seal, cercando di mettere il suo dono di “grande cacciatore” al servizio del suo Paese. Dopo le Torri Gemelle diventa operativo e si ritrova in Iraq a fare da “guardia spalle” ai Marines in azione, tenendo sotto tiro i nemici armati di qualsiasi tipo di armamento. Che siano donne, bambini, uomini, ne fa un colpo, un centro. Ne abbatte centosessanta, così tanti da diventare una leggenda. Quanto torna a casa, tra un turno e l'altro (che saranno quattro in sei anni), cerca di vivere una vita normale con una moglie che odia la guerra e lo vorrebbe con se, e i suoi due bambini. Ma i fantasmi del conflitto, le uccisioni, la tensione continua sono fantasmi difficili da tenere lontano. Congedato, si mette a dare coraggio ai veterani tornati a casa interi o in parte, ma rovinati per sempre. Uno di loro gli farà fatale.


Non salvate il soldato Kyle. O meglio non ne facciamo un eroe di guerra, ma solo una macchina da guerra. Clint Eastwood, il repubblicano, che agli inizi del XXI secolo aveva mostrato le due facce (una retorica e propagandistica, l'altra poetica e antieroica) di una battaglia (Iwo Jima) che racchiude tutto un conflitto; torna al fronte. Racconta di un uomo, un cecchino, che osserva tutta la guerra dell'Iraq (la più sporca dopo il Vietnam) attraverso il binocolo del suo fucile di precisione. E ancora una volta lo fa con un personaggio realmente esistito, imbevuto di retorica, patriottismo e gonfio di superomismo. Un “fuori di testa” (verrebbe da dire) che come un “angelo sulle spalle” dei suoi commilitoni, divenne il più micidiale omicida che l'esercito americano ricordi. Il problema è che il film, nonostante le scene d'azione, l'adrenalina dei soldati, l'occhio attento del killer dietro al fucile, resta freddo sul piano emotivo. Le uccisioni dettate dal salvataggio di altre vite umane, non creano nessun pathos con lo spettatore e Kyle resta solamente un combattente con la divisa dell'esportatore di Democrazia. E anche i suoi fugaci ritorni a casa, non riempiono il vuoto di una vita concepita per la guerra. Infatti Clint lo mostra apatico davanti ad un televisore (spesso spento) a guardare (assaporare?) lo stesso massacro, lo stesso conflitto, da cui si è appartato. Va da se che il film risulti retorico e volendo guerrafondaio. E forse è proprio quello che Eastwood vuole far risaltare durante la sua visione. E' certo comunque che American Sniper è un'opera che parla della politica aggressiva degli USA in Medioriente, del suo tributo morale e di sangue, dell'ossessione di un “nemico” da abbattere e della necessità di combattere una qualsiasi “guerra”, giusta o sbagliata che sia. Non per nulla la filosofia inculcata nella testa di quest'uomo fin da adolescente è stata quella di porsi sempre dalla parte del “cane da pastore” che deve tenere lontano i lupi. Ma ciò non basta a farne un'analisi psicoanalitica di un “corpo” al servizio degli altri. Anche perché saranno proprio quegli “altri” devastati dallo stress post traumatico a segnare la fine di una leggenda. Non un capolavoro. Utile, però, magari si.


Giudizio **1/2



(Mercoledì 24 Dicembre 2014)


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