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Un sommergibile, un tesoro e un pugno di uomini in deflagrazione...

Black Sea

Avventura sottomarina, ansiogena e molto retrò


di Roberto Leggio


Il cuore nero degli uomini, tra le acque del Mar Nero. Il sommergibilista Robinson ha lavorato con passione per una grossa società che recupera relitti in mezzo al mare. Licenziato in tronco, in quanto non più utile; l'uomo si ritrova senza un soldo, con un figlio adolescente da mantenere e un fresco divorzio alle spalle. Un suo collega, in bolletta come lui, anch'egli risputato nel mondo dei disoccupati; gli racconta che nell'ultima sua “missione”, è stato testimone del ritrovamento di un sommergibile nazista gonfio d'oro sepolto fin dal 1941 nel mezzo del Mar Nero. Per rabbia, orgoglio e per vendetta, Robinson recluta un equipaggio di disperati e li ficca in un sottomarino “decandente” che dovrà affrontare un viaggio per raggiungere il tesoro sommerso. Ma l'avidità e la follia prenderà il sopravvento.


In ogni film di sottomarini, sappiamo come entriamo, ma non sapremo mai come ne usciremo. E' uno dei punti fermi di un genere che spesso è collegato con l'ansia di un gruppo di uomini costretti a convivere in uno spazio ristretto sotto l'acqua. Black Sea affronta proprio queste tematiche tenendo fede a tutti i cliché che il genere (un proprio genere a parte) impone. C'è il capitano tutto d'un pezzo che deve tenere assieme un gruppo del peggio del meglio della marineria affamato di soldi; c'è il sommergibile con molti/pochi problemi; ci sono le tensioni e i sospetti tra l'equipaggio (qui russo e britannico), c'è la claustrofobia che crea tensione e che può mettere uno contro l'altro e c'è un tesoro da spartire. Ed è proprio il gruzzolo aureo che rende il viaggio (fisico e psicologico) pericoloso in tutti i sensi. Kevin MacDonald, regista capace di cambiare registro in ogni opera che dirige, ci mette poco a tendere la tensione al massimo, mettendo in scena una sceneggiatura affilata che va diritto al sodo (anche con molte sbavature pur di non far cadere mia l'attenzione) proiettandola verso un vero e proprio gioco al massacro. Ma oltre il dramma e l'avventura, il film di MacDonald scava nelle psicologie di ogni singolo personaggio, metaforizzando il grande “quid” sociale che imbastisce tutta la storia: le multinazionali sfruttano gli operai fino all'impossibile per poi risputarli nel mondo come cani impazziti. Ed è proprio il dilemma sul come “tirare a campare” che scava nell'anima nera di ognuno, portati ad eliminarsi a vicenda pur di avere una fetta sempre più grossa di un tesoro che forse non tornerà mai in superficie. Black Sea, gioca molto sulla dicotomia del titolo (Mare Nero, Cuore Nero), perché è proprio nella profondità dell'inconscio che si celano tutte le debolezze umane. Il tema è volendo attuale ma è l'impianto narrativo è saldamente legato ad un tipo di cinema “antico”, anni '70, dove anche il più buono (in questo caso il capitano Robinson, interpretato da un ambiguo e bravo Jude Law) è capace di nefandezze pur di risollevarsi economicamente. Su questo piano vengono in mente almeno due pellicole in cui gli uomini “comuni” deflagrano per un tesoro (Il tesoro della Sierra Madre e Vite Vendute); entrambi capolavori di cupidigia umana. Essendo un prodotto tipicamente europeo, molto è cinico e crudele, free cinema allo stato puro, realistico e talmente ansiogeno da assolvere quel finale retorico e scontato.

Giudizio: **



(Giovedì 16 Aprile 2015)


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