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Biografia di una icona pop

Montage of Heck

Kurt Cobain come non l'avete mai visto


di Roberto Leggio


Raccontare un'icona pop è sempre difficile. Perché non si sa mai fin dove si spinge la verità e dove la fantasia. Montage of Heck è verità al 100%. Il documentario di Brett Morgen sul leader dei Nirvana Kurt Cobain è tratto da immagini di repertorio di una vita; senza filtro alcuni, da rendere ancora più magmatica l'intera esistenza di un ragazzo che a soli 27 anni, decise di entrare nella storia senza mai più uscirne. Il racconto, è quello di un adolescente come ce ne sono tanti altri. Con i propri sogni, le proprie debolezze e le proprie ambizioni. Kurt Cobain è un adolescente solitario, quando decide di fare “sua” la propria vita, suonando, urlando al mondo il poco ottimismo nel futuro, lo scetticismo, la totale sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. La sua è stata la voce della Generazione X, la stessa che poi l'ha idolatrato e forse gettato nella cenere. Ripercorrere la vita di questo biondino che da piccolo, chitarrina in mano, dice il suo nome e cognome davanti la telecamera del padre è qualcosa che apre gli occhi ed in qualche modo fa male. Figlio di una famiglia amorevole ma sostanzialmente distante, Cobain cresce sballottato da una parte all'altra, trovando un suo proprio centro nella musica, la sua musica, quella divenne il grunge; e nell'amore di una sbalestrata come Courtney Love. Un viaggio alle radici di un mito, attraverso filmini così intimi da mettere a nudo un Re che non ha saputo reggere al suo inaspettato ed immenso successo. “Mettiti le cinture perché non sei pronto a tutto questo” gli dice la madre una volta che Nevermind divenne un LP popolarissimo e che vendette milioni di copie, lanciandolo nell'olimpo delle rock star. Una frase che è come una sentenza, ma chiarisce la parabola di un “uomo” affamato di vita e allo stesso modo disgustato da essa.


Un corpo e un'anima che diede vita ai Nirvana, uno dei più innovati gruppi rock degli anni '90, che un po' come accadde ai Joy Divivion di Ian Curtis (suicida anch'egli a solo 23 anni), scomparirono subito dopo la sua morte, quasi a far tacere per sempre un'esperienza inimitabile. Le immagini del documentario raccontano molto e lo raccontano senza enfasi, lontano da qualsiasi agiografia, anche perché il materiale è stato concesso grazie all'approvazione della figlia Frances Bean Cobain (che lo ha prodotto) e la madre Courtney Love, capaci solo adesso di riuscire a parlare senza paura di quello che fu un padre ed un marito, ma soprattutto un uomo e un musicista. Morgen, da documentarista fuori dagli schemi com'è, riempie lo schermo con momenti personali e quando non riesce a raccontare il passato lo fa attraverso un cartone animato, quasi a rileggere la storia come una fiaba umana. Il tormento è il leit motiv di tutto il film. Lo si legge negli sguardi dei genitori (soprattutto del padre che solo ora si pente di non aver cresciuto a dovere un figlio), in quelli di Krist Novoselic, il bassista dei Nirvana, che si porta addosso il senso di colpa per non aver impedito il suicidio; in quelli di Courtney Love,che non riusci a frenare il senso di autodistruzione del marito. Ma è soprattutto negli occhi, nelle scelte e nei pensieri di Cobain che si legge la pesantezza di una vita troppo stretta per un genio così grande. Un biopic essenziale dunque, diverso da qualsiasi altro, che chiunque ammalato di rock dovrebbe vedere, non solo per capire il senso di una rock star, di un'artista suicida, ma anche per comprendere fino in fondo la cultura senza più punti riferimento, come fu appunto quella degli inizi degli anni '90. E' scioccante che il documentario, che rinuncia al momento della morte, venga visto per solo due giorni (il 28 e 29 Aprile), mentre a parer nostro avrebbe potuto essere distribuito in più sale ed in più giornate, così da accontentare più malati di rock.

Giudizio: ***



(Lunedì 27 Aprile 2015)


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