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Quello che resta dopo una morte accidentale

Cake

Il lutto e la sua difficile elaborazione.


di Roberto Leggio


Claire è una donna sfigurata nel volto e nell'intimo dopo un incidente stradale che le ha portato via la figlioletta e la voglia di vivere. Racchiusa in una bolla di dolore è rabbia è stata perfino cacciata dal gruppo di supporto psicologico, in quanto in quell'incidente avrebbe voluto morire anche lei. Allontanatasi anche dal marito che non concepisce il suo odio verso il mondo e verso se stessa, l'unica a starle vicino e sopportare tutti i suoi sbalzi d'umore; è Silvana, la governante messicana, che come una madre amorevole la segue e volendo la rafforza. Ma a Claire non basta. Per trovare un'ancora di salvezza entra di prepotenza nella vita del marito di Nina, una dei membri del gruppo di supporto, suicidatasi qualche giorno prima. Ossessionata nel cercare di capire se stessa e quella morte cercata e voluta, Claire troverà forse un modo per salvare se stessa.


C'è molta rabbia nel primo film drammatico di Jennifer Aniston. Come c'è la deriva psicologica di una donna che a sei mesi (forse di più) dalla morte della figlioletta per un incidente stradale, non ha ancora elaborato il lutto. Cake, oltre il titolo zuccheroso, è un film sul dolore. Fisico e psicologico. Un dolore che segna la vita di una donna alla deriva, che ha deciso perfino di non guardare il mondo che la circonda, tanto che viaggia rincagnata sul sedile del passeggero della sua automobile guidata dalla fidata governante. Un modo per esiliarsi da una esistenza in cui è difficile sopravvivere ad un insulto violento. La metafora è chiara, ma è forse l'unico punto di forza di questo film, in cui la rabbia di essere stata privata dell'affetto più importante (un figlio) non è la sublimazione ad essa. Tutto è liberamente melodrammatico e velatamente divertito, compresa la voglia di cambiamento della Aniston, partecipata a mostrarsi imbruttita e capace di reggere un film volutamente complesso e dolente. Peccato però che ad appesantire il tutto ci si metta una sceneggiatura come tante altre e la regia molto indie di Daniel Barnz, che concede solo delle scorciatoie narrative di finto realismo al solo scopo di penetrare nel cuore di spettatori meno smaliziati. Il lutto e la sua devastante realtà è un macigno sul quale si potrebbero scrivere fiumi di parole, senza per altro trovare una soluzione soddisfacente tanto è complesso il meccanismo di elaborazione. Privo di tanti giri di parole e patina hollywoodiana c'era riuscito meglio Nanni Moretti con La Stanza del Figlio, dove la stordente perdita di una persona cara diventava volano di una realtà universale e unica, dove solo il senso del futuro può guarire un cuore malato.

Giudizio: *1/2



(Giovedì 7 Maggio 2015)


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