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A cinquantaquattro anni Sean Penn si piega all'azione becera e violenta

The Gunman

Un assassino alla ricerca della redenzione


di Roberto Leggio


I muscoli di Sean Penn e lo sfruttamento dell'Africa. Qualche anno fa Jim Terrier è stato un cooperante per una ONG in Congo, assieme alla sua fidanzata Anne. Sotto sotto però era un assassino prezzolato al soldo di una multinazionale capace di stravolgere manipolare per i propri interessi gli assetti politici dei paesi africani. Costretto a fuggire e lasciare per sempre la sua fidanzata, dopo un omicidio su commissione che ha fatto scoppiare una guerra civile, Jim dopo otto anni è un uomo cambiato che è tornato in Africa per lavorare ad una fornitura d'acqua in un villaggio sperduto nella savana. Ma il passato ha ancora un conto aperto con lui. Sopravvissuto ad un attentato è nuovamente costretto a tornare in azione. Giunto in Europa per scovare il bandolo della matassa si ritrova a scontrarsi con i vecchi amici che in giacca e cravatta lo vogliono morto a tutti costi. Cercare la redenzione non sarà facile, come non sarà facile riavvicinarsi alla sua fidanzata, che sposatasi con un uomo dalla morale discutibile, non è pronta a credere alla sua buona fede.


Con lo zainetto alla Jason Bourne, i bicipiti a pelle e la grinta da uomo d'azione, anche Sean Penn si piega allo spara-tutto. Strano vedere un attore impegnato come lui, vincitore di due Oscar con film di spessore, con la pistola carica, corpetto antiproiettile e coltello afflato in mano. Che si tratti di una marchetta machista? Il dubbio è d'obbligo, anche se nel progetto Gunman (tratto da un romanzo d'azione di Jean-Patrick Manchette) si parla di sfruttamento dell'Africa, giochi di potere per accaparrarsi profitti in una terra martoriata dal colonialismo, guerre civili tra fazioni avverse e tutto quello per cui Sean Penn si è sempre schierato contro. Il suo impegno sociale (e civile) è noto, ma imbarcarsi in un film in cui i morti ammazzati si assommano, non lo capiamo. Eppure il progetto doveva interessargli tantissimo in quanto l'attore non solo l'ha prodotto ma lo ha anche scritto. Il nocciolo “umanitario” che percorre la difficile redenzione di un personaggio dalle due facce dovrebbe essere il punto di forza; invece lo stesso frana tra le maglie di una sceneggiatura coesa in una ridda di colpi di scena (neanche poi tanto) inutili e superficiali. Non aiuta nemmeno la regia “energica” e violenta di Pierre Morel, rinunciataria dopo appena una ventina di muniti a non approfondire la faccia oscura delle multinazionali che fanno di tutto pur sfruttare i paesi in via di sviluppo e dare alla vicenda una pennellata di realismo.

Giudizio *



(Domenica 10 Maggio 2015)


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