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Quentin Tarantino a Roma per presentare The Hateful Eigth

"Il mio western horror da camera"

Mix di generi e situazioni in un western da camera in 70mm


di Roberto Leggio


Roma – L’arrivo di Quentin Tarantino a Roma è sempre un evento. Soprattutto questa volta che è venuto con due dei suoi “odiosi otto” (Kurt Russel, il boia e Micheal Madsen, il mandriano) ed il maestro Ennio Morricone a presentare Hateful Eight, western da camera con le atmosfere di un giallo di Agatha Christie. Otto brutti ceffi, cacciatori di taglie, tagliagole, avventurieri, uno sceriffo e una prigioniera (Jennifer Jason Leight, candidata all'Oscar) che presto finirà sulla forca, si incontrano in una taverna circondata dal freddo e dalla neve pochi anni dopo la fine della guerra civile, che con il cumulo di morti ha lasciato segni indelebili sulla pelle di ognuno di loro e tra le maglie di un paese ancora “involuto”. Ognuno ha una ragione per soffiare la prigioniera, che vale un sacco di dollari, e portarsela con se per accaparrarsi la taglia e vivere, si fa per dire felice. Ma come sempre nelle pellicole del regista italo-americano, non tutto va nel verso giusto e le pistole canteranno moltissime volte prima della rivelazione finale. Girato in fantastico 70mm panoramico l'ottavo film del regista italo-americano è un western dialogato, energico e pieno di sangue; che si rifà alle atmosfere de Le Iene, con una sceneggiatura superba ignominiosamente dimenticata agli Oscar. Una vicenda affilata come un rasoio in cui tutti i personaggi non sono propriamente quelli che dicono di essere.


In ogni suoi film c'è sempre qualcuno che mente sulla propria identità. Perché?

Si è un espediente narrativo che da più spessore ad uno o più personaggi. Penso che sia un elemento importate, drammatico, almeno nei miei film. Il travestimento, o la mistificazione di farsi credere qualcun altro è lo snodo narrativo che potrebbe salvargli la vita o meno. In questo film nessuno è quello che dice di essere e le conseguenze alla fine saranno devastanti.

Un film in 70mm come non si faceva da decenni. Pensa che lo scontro tra pellicola e digitale sia come una battaglia tra cowboy e indiani?

Mi auguro che la pellicola duri di più, anche se i nativi hanno resistito parecchio e gliene hanno fatte vedere di tutti i colori.

Il suo ultimo film è un western atipico, da camera, con tutti gli ingredienti di un thriller di Agatha Christie, con una struttura dove la tensione sale pian piano...

The Hateful Eight è un vero dramma teatrale. Quindi non è il tipico film in cui puoi ricorrere a tutti quei trucchetti che vengono utilizzati per bilanciare i tempi. Ed essendo una piece teatrale, tutti i personaggi se ne stanno in quella stanza a farsi vedere e raccontare di loro. Attraverso i loro dialoghi capiamo chi siano e chi non siano veramente.

Chi siano veramente lo scopriamo con l'andamento della vicenda. La cosa geniale è che non c'è uno veramente buono...

In quella stanza non c'è nessun personaggio positivo, tutti sono cattivi. E tra cattivi sappiamo bene cosa può succedere...


Lo si può considerare una versione western delle Iene?

Si è vero. Quel film comunque era influenzato da La Cosa di John Carpenter, in quanto i due film hanno in comune il senso del sospetto e della paranoia il paesaggio immerso nella neve e l'ambientazione racchiusa in una sola stanza in cui un gruppo di personaggi non può fidarsi di nessuno.

Questo film più che negli altri che ha diretto i generi si mischiano ai generi e situazioni, era così anche quando ha iniziato a scrivere la sceneggiatura?

Sono consapevole di non riuscire a girare tutti i film che mi vengono in mente. Così, sebbene tendo ad essere trascinato da un genere specifico, mi ritrovo a condensare cinque film in uno. Quando ho iniziato a scrivere Hateful Eight avevo ben chiaro di una carrozza che si fa strada in un paesaggio innevavo e che da un western si sarebbe trasformato in un giallo da camera, ma poi con il montaggio è diventato un horror. Come amante del cinema, mi piace mischiare le carte e quindi mi reputo un giocolieri che riesce a barcamenarsi con vari i vari toni del film.

Uno dei toni è la storia di sangue che ha “inventato” gli Stati Uniti. Lo può considerare il suo film più politico?

No, penso che Bastardi Senza Gloria e Django siano molto più politici di questo. Posso affermare che il film sia diventato politico quando i personaggi hanno cominciato a parlare tra loro e che che in qualche modo siano venuti fuori accenni alla situazione politica attuale tra democratici e repubblicani, anche perché alcuni eventi accaduti durante la lavorazione del film hanno reso il lavoro molto più attuale di quanto non fosse all'inizio. Diciamo di essere stato fortuna di aver trovato il mio Zeitgeist. Ad ogni modo gli Stati Uniti dopo la guerra di secessione era una terra senza legge, dove tutto era sangue, violenza, inganni, violenze e razzismi. La giustizia era ancora farraginosa ed era tale solo se condivisa. Tutti si guardavano con odio finché non trapelava la verità.

Gli “odiosi otto” si scornano per l'unica donna, che invece di essere dolce e servizievole è forse la più malvagia di tutte...

Avevo ben chiaro che per portare scompiglio in quel marasma di sospetti la protagonista sarebbe stata una donna. Ma non una donna come tutte le altre. Una vera criminale destinata alla forca. Una tizia cattiva e temeraria che avrebbe potuto tenere testa a tutti. Avrei potuto inserire un altro personaggio maschile, ma il tono del film sarebbe stato diverso. In questo modo ho avuto la possibilità di complicare le cose e le emozioni. Ed in questo modo complicare la visione del film.

Per finire cosa pensa della polemica della mancanza di rappresentanti neri nelle nomination degli oscar?

E' ovvio che mi è dispiaciuto che Samuel L. Jackson non abbia avuto la nomination. Non perchè si tratti di un mio film, ma perché penso che penso avrebbe meritato un riconoscimento. Non credo però che si sia trattato di un boicottaggio. Nemmeno io sono stato nominato. Se fosse accaduto ci sarei andato... invece me ne resterò a casa.



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(Giovedì 28 Gennaio 2016)


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