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Il passare del tempo nei sentimenti umani

Al di là delle montagne

Dall’altra parte dell’oceano la Cina non è più vicina


di Roberto Leggio


La Cina è non è vicina. La giovane Tao nel 1999 balla i Pet Shop Boys mentre si crogiola nell’attesa degli anni duemila con i suoi due amici più fidati: Liangzi, operaio in una miniera e l’ambizioso Jinsheng padrone di una pompa di benzina. Nonostante l’amicizia che li lega, i due sono entrambi innamorati di Tao, ma alla fine lei sceglie il più ricco, in ragione di un futuro migliore. Dalla loro unione nascerà Dollar. Ma il tempo porterà tantissimi cambiamenti. Liangzi, tradito dai sentimenti è emigrato in un’altra regione e dato il continuo lavoro da minatore si è ammalato di cancro, mentre Jingsheng, alla ricerca di un sua “terra promessa” ha lasciato la moglie e con il figlio è andato a vivere in Australia con l’illusione di godere del suo successo. Quindici anni dopo Dollar è un ragazzo che ha scordato le sue origini e perfino la madre, che sola e piena di rimpianti balla ancora Go West.


A volte bastano poche immagini per fare un capolavoro. Il nuovo film di Jia Zhang-Ke si apre sulla protagonista Tao che nella Cina del 1999 balla sulle note di Go West dei Pet Shop Boys. Il senso di Al di là delle Montagne è racchiuso proprio nel titolo di quella canzone. La Cina che in quell’anno riprenderà possesso di Hong Kong e Macao si appresta ad entrare di prepotenza nel nuovo millennio piegandosi al capitalismo; nel 2014 è un paese industriale (anche troppo) ma ha scordato le proprie tradizioni. Proprio come Jinsheng, ex marito di Tao che ha basato tutta la sua vita sulla modernizzazione è si è trasferito con il loro figlio Dollar al di là dell’oceano, in quella terra promessa per pochi ma anche luogo in cui cercare di mantenere il proprio sogno “economico”. E ancora nel 2025, dove la Cina è solo un ricordo per il giovane Dollar che parla solo inglese e non ha quasi più dialogo con il padre in bancarotta; cinese tra i cinesi non integrati come lui. La metafora è possente: le radici sono importanti, ed infatti Tao nel suo paese natale ormai quasi polveroso nella sua immutabilità, sola nella sua casa principesca vive nel rimpianto di non essere stata amata da un figlio che di lei ha scordato perfino il nome e alla fine non le resta che ballare nel freddo come quando era più giovane. Un film circolare che mostra tutti i contrasti tra il capitalismo e le tradizioni attaccate ai sentimenti umani di tre persone davvero agli antipodi. Jia Zhang-Ke non cade però mai nel didascalico, anzi sfrutta al massimo gli stridenti incastri in cui è caduta la Cina negli ultimi vent’anni: la modernizzazione troppo veloce che ha trasformato un paese millenario in una terra non è ancora pronta ad una nuova organizzazione sociale. Costruito su tre atti ben definiti anche dai diversi formati dell’immagine: 4:3 nel 1999, 16:9 nel 2014 e “panoramico” nel 2025, gioca sugli stati d’animo. Più si allarga lo schermo più la macchina da presa si stringe sui volti dei personaggi, quasi a sondarli nell’intimo dei propri sentimenti: afflitti, egoisti e immutabili che siano. Perché il tradimento dell’anima è anche il deragliamento di un paese incapace di equilibrare ragione e sentimento.

Giudizio ****




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(Mercoledì 4 Maggio 2016)


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