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Come fu che la Sicilia “liberata” divenne terra di Mafia

In guerra per amore

Ridere di Cosa Nostra con il gusto della commedia all'italiana


di Roberto Leggio


Liberare la Sicilia e imprigionarla per sempre. 1943. Nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, Arturo è un giovane palermitano trapiantato a New York dove lavora come lavapiatti. Vive la travagliata storia d'amore con la conterranea Flora, destinata però al figlio di un boss del clan di Lucky Luciano. Ingenuo e quasi scollato con la realtà che lo circonda, per convolare a nozze deve tornare in Sicilia a chiedere la mano al padre della ragazza che vive nel piccolo paesino di Crisafulli. Ma squattrinato com'è ha solo una possibilità per raggiungere l'isola: arruolarsi nell'esercito americano che si appresta a sbarcare in Sicilia. Da quel momento la sua ricerca si incrocia con destino di Crisafulli e dei suoi abitanti comandati dalla Madonna, il Duce e Don Calò. Ma quello che non riesce a comprendere che la liberazione cambierà per sempre la storia della Sicilia e della Mafia.


Ridere di Mafia e morirne. Rimanendo nel tracciato della commedia all'italiana più pura, Pif non si spaventa della “seconda prova” e torna al cinema con un film dolce e amarissimo sulle radici malate della sua terra. Quella Sicilia in afasia per la prepotenza di Cosa Nostra, malata ed uccisa dalla Mafia. Cose note, come sappiamo, ma Pif preferisce andare alla radice del problema. A quando, poco dopo l'invasione della Sicilia da parte dei soldati americani e poco prima di Salvatore Giuliano e al sua “idea” indipendentista con annessione agli Stati Uniti; la mafia prese definitivamente piede grazie proprio ai “liberatori” dal nazifascismo. Lo dice nel film il rapporto del Capitano Scotten che proprio a causa delle “delibere” anticomuniste del comando americano (manovrato direttamente dagli States da Lucky Luciano), l'isola fu data in mano ai boss, liberi a quel punto di esercitare sulla popolazione e sul territorio tutta la loro potenza criminale. “Un cancro che potrebbe durare molti anni”, come recita un passo del documento datato 1943. E pensando a come sono andate le cose nei decenni successivi, viene quasi da prendere a calci gli americani; che non solo ci hanno viziati con i jeans, la coca-cola, il rock'n'roll; ma ci hanno fatto anche “sparare” dalla criminalità collusa fin dall'inizio con la Politica. Il tema del film è forte. Anzi fortissimo. Ma la messa in scena è dolce, comica, leggera. Così si ride del Gatto e la Volpe (il cieco e lo zoppo) che aiutano il protagonista Arturo a trovare il padre della ragazza amata per chiedergli direttamente la mano della figlia (destinata al nipote di un boss di New York), ma si ride anche per le citazioni da Forrest Gump per la sua “ingenua idiozia” (compresa una panchina) avulso com'è dal dramma che si svolgerà nel giro di pochi giorni; e si omaggia perfino Robert Capa, il fotografo ucciso in “azione” in Indocina, in un'ulteriore guerra di liberazione. A veder bene i parallelismi sono tanti, come quello dei 1000 di Giuseppe Garibaldi, aiutati dai “Picciotti” a disfarsi dei Borboni, anch'essi collusi con i latifondisti in odore di “onorata società”. La rabbia di Pif è chiara. Ma l'amore per la sua isola è così tangibile, che ancora una volta ci regala un piccolo capolavoro di intelligenza e sobrietà, capace però di rimestare nello sporco. Facendo pensare. Indignarsi. Prendere coscienza.

Giudizio ***




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(Venerdì 14 Ottobre 2016)


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