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La mafia non uccide e non fa ridere

Quel bravo ragazzo

Farsesco, idiota, inutile film per “adulti”


di Roberto Leggio


Figlio sconosciuto di un boss di mafia, Leone è un ragazzo romantico e ingenuo cresciuto in un orfanotrofio di un paese sperduto della Sicilia. Dalla sua attività di chierichetto si ritrova in seno alla “famiglia” dopo la morte improvvisa del genitore, che nell’ultimo istante della sua vita lo elegge erede diretto. Lo “scoppiato sciuminito” però non è altezza del compito e per trasformarlo in un credibile vero “boss” per partecipare alla riunione del capo dei capi, ci dovranno pensare i due tirapiedi Vito e Salvo, assieme al consigliori Enrico. Avulso al mondo che lo circonda, viene anche avvicinato dalla poliziotta Sonia, che da tempo cerca di sgominare l’intera Cupola.


Nome omen che evoca compagnie criminali, Quel bravo ragazzo è una scellerata commedia di “mafia”. A metà strada tra la seriosità di PIF e gli sketch tele-web di Lillo e Greg, il film è un’accozzaglia di luoghi comuni, dove la “santissima” è talmente presa di mira da non trovare mai un equilibrio comico. Tutto è sopra le righe e pensando al materiale, è quasi “indecente” il modo in cui illustra quella criminalità organizzata che si è macchiata di tanto sangue innocente, soprattutto dello Stato. Senza una vera idea di regia e con un attore talmente statico nella sua ingenua idiozia (Herbert Ballerina al secolo Luigi Luciano), arranca per accumuli di una sceneggiatura priva di qualsiasi mordente. Buona per una serie di gag di veloce reazione comico-gogliardica da cabaret, con molta probabilità avrebbe fatto anche divertire. Invece si perde nel nulla assoluto, rialzato nei toni dalla coppia di killer da strapazzo (brutta copia del duo iniziale di Pulp Fiction), interpretati da Tony Sperandeo e Enrico Lo Verso, che aiutano a dare a questa “cosa” un sapore farsesco tanto retrò, quanto stucchevole.

Giudizio °





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(Lunedì 21 Novembre 2016)


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