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Noi e gli Alieni “gravidi” di risposte

Arrival

Fantascienza “materna” per un possibile dialogo


di Roberto Leggio


Devastata dal dolore per la morte prematura della figlia adolescente, Louise Banks vede la propria vita scivolare via. Linguista di fama mondiale viene reclutata assieme al fisico teorico Ian Donnelly dall’esercito degli Stati Uniti quando sulla Terra scendono dodici astronavi aliene, con lo scopo di trovare un modo di comunicare con loro, cercando di capire quali siano le loro intenzioni. L’incarico si rivela presto molto complesso e Lousie deve faticare per trovare un alfabeto comune per iniziare un dialogo con “l’altro”, mentre le potenze mondiali impazziscono dichiarando guerra all’indecifrabili visitatori.


Sembra ormai chiaro che per capire la fantascienza odierna, prima dobbiamo capire noi stessi. Arrival è il traguardo della comprensione del sé. Con le sue 12 astronavi sparse immobili e sospese per il mondo, gli “alieni” eptapodi che scrivono un alfabeto circolare, Dennis Villeneuve carica il “suo” primo film di fantascienza di metafore. A cominciare da una madre distrutta per la perdita dell'adorata figlia a causa di una malattia incurabile. Poco dopo calano dallo spazio “profondo” navi aliene un po' panciute che galleggiano a qualche decina di metri dal suolo alla quali si transita per un cunicolo dapprima scuro poi luminoso, dove per una strana forza di gravità ci si ritrova a testa in giù. La forza e la sostanza del contatto con i nuovi “arrivati” è instaurare una forma di comunicazione. Ed ecco la grande trovata: quell'alfabeto di cerchi e macchie, ricorda un feto in formazione. E più prende “corpo” il confronto tra due “culture”, più la protagonista prende coscienza di sé, del suo essere ancora madre e volendo nutrice del mistero della vita. Non per nulla, quando le risposte le arriveranno più chiare in testa, le astronavi svaniscono ritornando dall’infinito da dove sono venute e tutto troverà una propria e lineare circolarità. Il regista canadese, uno dei più interessanti della sua generazione; con l'ausilio di una bravissima Amy Adams, porta sullo schermo una vera e propria disamina di fantascienza “materna”, che grazie a parallelismi con la dialogia di “Incontri Ravvicinati” e la poesia plastica di Terence Malick, trova nella lingua e nel “dialogo” l'arma più adatta a combattere l'incertezza, i cambiamenti e le incomprensioni del nostro mondo, in virtù della bellezza e la meraviglia. Senza svelare troppo, il film è un capolavoro umanista, linguista così intimo ed unico da poter segnare un genere che va ben oltre ogni immaginazione.

Giudizio ***1/2





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(Giovedì 19 Gennaio 2017)


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