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Ieri come oggi l’America si è persa

Suburbicon

Satira dark di sangue e razzismo


di Roberto Leggio


Suburbicon è una ridente cittadina, nata dal nulla che accoglie la middle-class americana nel 1957. Tutto è perfetto ed ordinato. I prati sono curati e le bandiere sventolano nel cielo azzurro. In una di queste villette vivono i Lodge. Lui, occhialuto con un buon lavoro, è il padre amoroso di Nicky e marito di Rose, rimasta paralizzata dopo un incidente stradale. Sua sorella gemella Margharet è sempre con loro e aiuta in casa. La tranquillità della cittadina viene sconvolta quando i Meyers, una coppia di colore con un ragazzo dell’eta di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. Da li a poco l’intera comunità si infiamma e si adopera per cacciare i “negri” con ogni mezzo. Finestre fracassate e una staccionata che viene eretta più alta del dovuto. Nessuno però di accorge del delitto che si svolge in casa dei Lodge. Due delinquenti si introducono nell’abitazione e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose. La situazione da quel momento degenererà in gioco al massacro.



George Clooney dirige i Cohen ed è noir pulp grottesco. Suburbicon è dai toni una commedia nera. Ma è soprattutto satira sociale della faccia sporca degli Stati Uniti; quelli non ancora capaci di accogliere ed accettare il “diverso” e facile preda della cupidigia e dell’egoismo. La freddezza dei “sentimenti” (e delle azioni) che furono di Fargo, si scaldano in un gioco al massacro tra le mura domestiche di una famiglia della middle-class wasp, in quel 1957 non ancora pacificato e agitato dal razzismo dilagante. Oltre i sorrisi ipocriti, oltre la veranda che da su un giardino ben curato; dove due ragazzi di diversa etnia pensano solo a giocare a baseball; al di fuori di quel perimetro di villette ben tenute, si scatena la “caccia” al vicino di casa che ha dalla sua l’unica colpa di avere la pelle nera. La staccionata che viene eretta va ben oltre la metafora e spiega senza tanti fronzoli il senso della vicenda. Se da una parte serve ad arginare una famiglia afroamericana pari grado, silenziosa, gentile che fa della resilienza lo scopo del vivere civile; dall’altra serve a racchiudere il vero dramma che si svolge a pochi metri da li, tra le mura di quell’altra casa di persone “per bene”, bianche che si annullano l’un l’altro in un turbine di egoismi e avidità. Alla fine i conti tornano e l’America di Trump va ben oltre la filigrana. La situazione socio-politica americana attuale, riecheggia inquietante dopo che ha cancellato con un colpo di spugna quel riavvicinamento che fece Obama nel suo precedente e ormai “scordato” mandato. Nel paese delle opportunità si guarda alla pagliuzza “nera”, mentre non ci si accorge delle nefandezze della “trave” bianca, pronta sempre e comunque ad auto divorarsi. Si ride molto, in questo film e accade anche quando di muore in maniera grottesca e crudele. Il sangue comunque va al di là, serve a mettere in chiaro che Clooney ed i Cohen (anche se la sceneggiatura risale a più di vent’anni fa) si schierano con chi ha ancora dalla propria dei valori forti, quelli che non hanno paura di mostrarsi spaventati e che reagiscono con intelletto alla bestialità umana.

Giudizio ***




(Mercoledì 6 Dicembre 2017)


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