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Due epoche, due fughe, un unico destino

La stanza delle Meraviglie

Esperienza sensoriale di amore per il cinema


di Roberto Leggio


Due epoche, due fughe, un unico destino. Nel 1977, Ben ha undici anni e nei suoi incubi viene inseguito da un branco di lupi. Orfano di madre morta prematuramente, sogna di incontrare il padre che non ha mai conosciuto. Rovistando in fondo ad un cassetto trova un vecchio catalogo di una mostra newyorkese sulle origini dei musei e una l’indicazione di una libreria. Nello stesso istante però c’è un fulmine che entra nel cavo del telefono, rendendolo all’improvviso sordo. Molto tempo prima, nel 1927; Rose è una bambina sordo-muta che desidera ardentemente incontrare una famosa attrice del muto di cui raccoglie foto e ritagli di giornale in un album. Figlia di un padre iperprotettivo, Rose fugge di casa per andare a New York per incontrare il suo idolo. A distanza di cinquant’anni, i due ragazzi legati dalla stessa menomazione e dalla stessa voglia di ricerca si immergono in una avventura “in parallelo” che li porterà a scoprire molto del loro passato e ed avere finalmente il loro posto nel mondo.


La sordità come parallelismo di un’unica “ricerca”. Ben e Rose, entrambi sordi, sono in fuga da loro stessi, lontano dai propri fantasmi di una infanzia negata. Entrambi hanno perso qualcuno a loro caro. Traendo forza dalla propria “immaginazione”, vanno alla ricerca nelle proprie epoche (1927 per Rose, 1977 per Ben) di qualcosa che possa renderli felici, o quanto meno bambini oltre ogni menomazione. Il colore svanisce nel bianco e nero, il suono della voce, il rumore del traffico e del vita quotidiana viene ingoiato dal silenzio, le parole perdono peso e diventano metafora dei propri sogni, volano per un futuro privo di qualsiasi rimpianto. Film favola che omaggia il cinema muto in via di dissoluzione , si espande nel colorato degrado (ma vitale) mondo degli anni ’70; pieno di musica soul, funky e rock. Un’opera sensoriale capace di rendere tattile il quotidiano silenzioso dei due ragazzi che convergono a New York, città dalle mille sfaccettature, riserva inesauribile di immaginario, baule di universi infiniti quali musei e cinema d’antan. Un luogo sfavillante che raccoglie mondi scomparsi (il 1927 anno della nascita del sonoro al cinema e il 1977 quello della musica disco e non solo); ingenui ma in fondo migliori di quelli odierni, dove la solidarietà umana e soprattutto culturale fa da ago della bilancia alla crescita personale di due ragazzi, costretti a dialogare con la scrittura per espandere lo sguardo sul mondo. Todd Haynes prende il romanzo grafico di Brian Selznick (lo stesso che rese universale Hugo Cabret) e rende vivo e visibile un sogno ad occhi aperti, saltando di epoca in epoca spingendoci avanti emotivamente in un film poetico e dalle mille sfaccettature. Il paradiso dei bimbi (e dei ricordi e della propria identità) è custodito tra ante di un armadio polveroso, magica arca di spunti e visioni per raccordare un finale per nulla scontato. Tutto trova un suo senso quando scoperchia i segreti più intimi nell’enorme diorama di New York. Percorso luminoso ed illuminato di una esperienza appassionante che non si infrange con il termine naturale della vicenda, ma prosegue dentro di noi come una meraviglia da apprezzare e conservare.

Giudizio ****1/2



(Venerdì 15 Giugno 2018)


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