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Ventotto anni dopo l’Italia fa i conti con se stessa

Un altro Ferragosto

Lotta sociale sospesa tra volgarità e sogni


di Roberto Leggio


In una sera d’agosto del 1996, nella casa di Ventotene dove il giornalista Sandro Molino trascorreva le vacanze, la sua compagna Cecilia gli rivelò di essere incinta. Oggi Altiero Molino è un ventiseienne imprenditore digitale e torna a Ventotene col marito fotomodello per radunare i vecchi amici intorno al padre malandato e regalargli un’ultima vacanza. Non si aspettava di trovare l’isola in fermento per il matrimonio di Sabry Mazzalupi col suo fidanzato Cesare: la ragazzina goffa figlia del bottegaio romano Ruggero, è diventata una celebrità del web e le sue nozze sono un evento mondano che attira i media e anche misteriosi emissari del nuovo potere politico. Due tribù di villeggianti, due Italie apparentemente inconciliabili, destinate ad incontrarsi di nuovo a Ferragosto, per una sfida stavolta definitiva.


A Ventotene sono ancora ferie d’Agosto. Ma molto, moltissimo è cambiato. Sono cambiate le persone, è cambiata la mentalità e l’italianità. Ed è soprattutto cambiata la politica. Il nuovo film di Paolo Virzì, affronta tutto questo e la prima cosa che salta all’occhio è che, se in parte fa ridere, dall’altra affronta in maniera amara il fallimento della politica sia di destra che di sinistra. A Ventotene, come dicevamo sono ancora Ferie d’Agosto, spunto del tutto italico per far (re)incontrare le famiglie dei Molino e dei Mazzalupi. Due tipologie diverse (la prima di sinistra, la seconda di destra), sue modi di vivere, pensare, agire. Tra il 1998 ed oggi alcuni dei personaggi di allora sono morti, altri sono invecchiati male. Altri sono “arrivati” (passatemi il sostantivo) con le nuove tecnologie. La sostanza però non cambia: la famiglia di sinistra è sempre più di sinistra con orizzonti molto più vasti (accettazione dei diversi e dell’omossessualità); credendo di vivere ancora in un paese con dei solidi ideali. Mentre la famiglia di destra, per presupposti e bassezze umane, si è totalmente involgarita. Ma non pensiate che sia un film totalemente “radical chic” (espressione che viene ripetuta un paio di volte per mettere in cattiva luce i cosiddetti neodem). Lo scopo di Virzì è molto più ampio. Mostrare l’Italia del terzo millennio totalmente divisa in due, specchiata e riflessa nelle proprie idiosincrasie. Con un pizzico, anche forse troppo calcato, entrambe le famiglie restano ingabbiate nei loro cliché. I gay appartengono solo di sinistra, hanno sogni di libertà e sognano ancora la Resistenza. Soprattutto quella portata avanti da Sandro Pertini e di Altiero Spinelli, che proprio a Ventotene ebbero idee geniali si libertà globale, ma che poi (anche per merito del berlusconismo) sono andate perdute. E la Destra? Ecco il punto. La destra andando al potere ha cancellato tutto quello che c’era più o meno di buono nell’Italia del 1998 (all’epoca al governo c’era Veltroni con le sue idee liberali). Adesso tutto è volgare. Ci si ride addosso, ci si straparla addosso, ci si inventa “influencers” e ci si riconosce in TikTokers fai da te. L’Italia di un tempo è stata fagocitata dalla pochezza e dall’inumanità. Peccato perché con questa materia magmantica il film avrebbe potuto puntare più in alto. Scuotere di più le coscienze. Ne resta invece un’opera molto dialogata, molto scritta e che avanza lentamente fino ad un finale amaro, forse libretaorio o più o meno ipotetico. Un’Italia che forse può ancora ritrovarsi nei suoi ideali . Dimeticavo: la morale del film verrà espressa durante la presentazione di un film di un regista sconosciuto davanti ad una sala quasi totalmente vuota. Segnale che gli intellettuali parlano ormai per se stessi e non ci sono orecchie pronte a recepire i loro messaggi. Chi invece detiene i soldi, la macchina grossa e la volgarità, è destinato ad una vita migliore.

Giudizio: **1/2



(Domenica 10 Marzo 2024)


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