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Il geniale autore parla del suo ultimo film.

Woody Allen

Woody Allen racconta la vita attraverso gli occhi di Melinda


di Roberto Leggio


Woody Allen continua a stupire. A sessantanove anni, dopo decine e decine di film, il suo genio non ha intenzione di andare in pensione. Questa volta prende la storia di una giovane donna (Melinda, interpretata dall’australiana Radha Mitchell) e la sdoppia in maniera da dare alla protagonista la possibilità di raccontarsi sia in maniera tragica che in quella comica. Il risultato è purtroppo altalenante: lontanissimo dalle commedie surreali che ci ha abituato fino ad adesso e decisamente opposto ai drammi famigliari che hanno contraddistinto la sua carriera artistica. Ma lui, serio e con molto sarcasmo, si salva in corner quando gli facciamo notare che questo film a molti critici non è piaciuto ammettendo che “La vita è talmente tragica che non resta che riderci sopra”. Insomma se questo lavoro è un po’ così così, è perché la vita stessa è altalenante. Il tragico ed il comico si intrecciano indissolubilmente ed molto difficile sciogliere i nodi che li tengono uniti.

Il suo film parla dell’ambivalenza dell’esistenza. Ma è così sottile la linea di demarcazione che divide la tragedia dalla commedia?
Ultimamente sono diventato un po’ più pessimista di quanto non lo fossi qualche tempo fa. Il mio sguardo sull’esistenza è diventato più grigio. Prendiamo ad esempio l’elezione di Bush alla presidenza degli Stati Uniti. Questo ha confermato la mia tragica visione sull’esistenza umana. La commedia di un uomo che si crede migliore di tutti ed invece è una tragedia per la democrazia. E’ in pratica quello che succede nei miei film. Una storia può essere raccontata sia in chiave brillante che drammatica e di solito opto per la prima. Ma per Melinda mi è venuto in mente che potevo prendere la stessa storia e raccontarla in entrambi i modi. Ho voluto, in pratica, amplificare la duplice natura del dramma umano.

Quindi, secondo lei, il tragico ed il comico hanno lo stesso peso?
I momenti comici sono banalità che si infrangono contro il senso di tragedia che permea l’esistenza di un essere umano. Si tratta di piccole zattere di salvezza che conducono inesorabilmente verso l’invecchiamento, la fine dell’umanità, la distruzione del pianeta e dell’universo…

Un’immagine innegabilmente pessimista…
No, una confutazione realistica sulla vita stessa. Non possiamo negare la morte e non possiamo fermare il tempo. E’ un inevitabile calcolo matematico…

Lei ha paura della morte?
Come tutti. Ho sempre pensato che si tratti solo di un stato fisico…

Una considerazione non propriamente religiosa…
Mi sono sempre considerato ateo anche perché non ho mai creduto in un Dio onnipotente. Sono abbastanza razionale per poter essere molto critico verso tutte le religioni organizzate. Non posso credere quando certi dogmi impongono agli individui a non guardare dentro se stessi per cercare di capire e darsi delle risposte precise.

Tornando al suo film, come mai a lei riesce così bene tratteggiare i personaggi femminili?
Non ho una risposta precisa ma negli anni, film dopo film, mi sono accorto che le parti migliori erano quelle delle mie attrici. Perciò ho deciso di accelerare questa ineluttabilità descrivendo solo personaggi femminili. Quando scrivi per un attore, di solito scrivo per me stesso o per una qualche versione di me.

Come ha scelto Radha Mitchell?
E’ stata una scoperta improvvisa. L’ho vista in Four Season, un film indipendente in bianco e nero da lei scritto, diretto ed interpretato. L’ho contattata e lei ha accettato subito.

Ci spiega perché le sue attrici sono per la maggior parte bionde?

Devo dire che le attrici non le scelgo in base al colore dei capelli, altrimenti questa cosa mi sarebbe assolutamente fatale. Cerco di scegliere le attrici che considero adatte per il personaggio che devono interpretare. Di solito le inseguo mettendo subito in chiaro che di soldi ce ne sono pochi. A volte ho successo altre volte no. Nel caso di Radha si è dimostrata disponibilissima e si è rivelata adorabile e meravigliosa.

Come mai in questo film non si è ritagliato una parte per lei?
Forse perché alla soglia dei settanta anni trovo che sia più emozionante stare solo dietro la macchina da presa. In questo caso appena ho cominciato a scrivere una storia in cui ho pensato che non ne avrei fatto parte. La mia persona si è sdoppiata nei due intellettuali che all’inizio del film raccontano la vicenda dai propri rispettivi punti di vista. Avrei potuto interpretare Hobie (Will Ferrell, NdR) ma avevo bisogno di un giovane per interpretare quel ruolo comico. Comunque anche nel film che ho appena finito di girare a Londra non ho una parte giusta per me...

Lei non si vuole proprio fermare. Ce ne può parlare?
Si intitola Match Point e parla di uno degli aspetti della fortuna. Proprio come nel gioco del tennis: se la palla colpisce la rete, può cadere da una parte o dall’altra del campo e tu hai vinto o perso. Si tratta di casualità? Non ho mai creduto nel destino ma credo fermamente nella fortuna, anche se ci sono molto persone che fanno di tutto per attirarsi la cattiva sorte. E’ una storia particolarmente comica ed è interpretata da Scarlett Johannson e Johnathan Rhys-Myers.

Un’ultima curiosità: non la stupisce che molta gente in Europa faccia la fila per sentirla suonare Jazz…
Non capisco come mai la mia band sia diventata un’attrazione e mi stupisce che la gente spenda un mucchio di soldi per venire ai nostri concerti. Mi sono convinto che lo facciano solo per vedermi più che per sentirmi suonare. Non sono un musicista professionista, sono un dilettante che si esercita solo mezzora al giorno. Insomma, non merito tanta attenzione…


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Messo in scena al Teatro Vittoria di Roma



(Lunedì 27 Dicembre 2004)


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