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Il dopoguerra raccontato da Pupi Avati

La seconda notte di nozze

Grande fame e piccole furbizie


di Pino Moroni


Un film di grande sincerità e pudore, con il quale il maestro Pupi Avati ha raccontato il dopoguerra italiano, pieno di tante cose negative, a cominciare dalla fame e dai mezzi più o meno “crudeli” per riuscire a togliersela.
Per continuare poi con la casa per ripararsi, con i mezzi più o meno legittimi per occuparla, ed ancora con la condanna di quella purezza, vicino alla demenza infantile, fatta pagare con il manicomio e le scosse elettriche.

Con questi elementi, visti o vissuti personalmente da chiunque aveva qualche anno alla fine della guerra, Pupi Avati (che ne aveva), ha fatto un film con tre personaggi, interpretati da Katia Ricciarelli, Neri Marcorè e Antonio Albanese, che hanno giocato a superarsi per la migliore interpretazione.

La vedova Ricci (una Ricciarelli vibrante nella parte) vive con il figlio Nino, sfollata a Bologna in una chiesa. È dignitosa, ma si fa mantenere da un cuoco, con il quale va a letto.
Piange e si dispera per un figlio (un Marcorè che conferma la sua bravura) scanzonato sognatore e piccolo delinquente, e sogna di tornare in Puglia nella masseria del fratello del defunto marito.
Giordano (un Albanese nel suo ruolo più maturo) che, per bontà ed altruismo, dice “È meglio che muoia io, che sono un po’ idiota, che un bravo padre di famiglia”, si inventa il servizio civile di sminatore di residuati bellici, e chiede alla cognata, la vedova Ricci, di sposarlo.
È osteggiato dalle due zie (le bravissime Angela Luce e Marisa Merlini) che fabbricano confetti.

La seconda notte di nozze


Il viaggio al Sud dei due bolognesi, tutt’altra storia dei successivi viaggi al Nord per trovare lavoro (Rocco e i suoi fratelli), è un piccolo affresco di un’Italia ancora non violentata, paesaggisticamente e mentalmente, dal boom economico.

Cinema della malinconia di un mondo passato, del “come eravamo” semplici, ma anche film dei buoni sentimenti, dell’amore senza riserve che alla fine viene ripagato.

Ci si scusi la licenza, ma per far capire bene questo film bisogna raccontare l’ultima scena: la vedova Ricci e suo cognato, nella loro seconda-prima notte di nozze, nel grande letto della masseria.
Lei: “Mi prometti che faremo l’amore solo quando te lo dirò io?
Lui: “Solo quando lo vorrai tu”.
Lui rimane a guardare il soffitto e sorride, lei, nel sonno, si gira e mette un braccio sul braccio di lui. Si vede un cielo stellato ed una voce fuori campo dice: “Un giorno una bambina di nove anni trovò una bicicletta senza le gomme, la prese, pedalò e saltò in aria sopra una mina.”

Ed il figlio degenere? È l’Italia che cambia. Si aggrega ad una troupe cinematografica e va ad iniziare la storia del cinema italiano del dopoguerra, quello che ancora dà questi buoni frutti.

La seconda notte di nozze



(Mercoledì 30 Novembre 2005)


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