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Una divertente commedia "etnica"

Zucker... come diventare ebreo in sette giorni

Ebrei in Germania, come trattare un argomento difficile


di Pino Moroni


Quando si vede un buon film ci si chiede chi sia il regista: il regista di Zucker, come diventare ebreo in sette giorni (Alles auf Zucker!, Germania 2004) è tal Dani Levy.

Ma chi è Dani Levy, e perchè ha fatto un buon film?
Cominciamo dalla sua immagine, che possiamo vedere nell’ultima inquadratura del film: è il giocatore di biliardo che accompagna il protagonista fuori scena. Come Hitchcock, che appariva sempre nei suoi film.
Dani Levy, nato a Basilea nel 1957 e residente a Berlino con la sua famiglia, ha iniziato a fare del cinema nella seconda metà degli anni ’80 come attore, sceneggiatore, montatore, regista e produttore. É passato poi alla televisione, lavorando in Svizzera e Germania, ma anche in Canada e negli Stati Uniti, e partecipando anche come guest star in programmi televisivi. Un curriculum di tutto rispetto. Ora, con la Répétition, l’altro amore (2001) e soprattutto con Zucker (2004) si comincia a far conoscere anche in Italia.

Con quest’ultimo film, co-sceneggiato con Olger Franke, ha voluto descrivere in maniera particolarmente autoironica le tradizioni ebree, che egli ben conosce.
Il film è originale, pieno di idee e di trovate, sia nei dialoghi –sciolti e azzardati- che nella parte visiva -ben congegnata- con un suo montaggio, sperimentale ma professionale.


Con attori non conosciuti da noi, ma eccellenti -anche i più piccoli comprimari-, hanno mostrato tutti una grande statura.
Jaeckie Zucker, il protagonista, è un ex giornalista della Germania Est di origini ebraiche, che passa le sue giornate in qualsiasi gioco, ma soprattutto al biliardo, dove è un campione.
Campione, ma fallito: è un completo disastro, pieno di debiti, direttore di un night-casa chiusa, sull’orlo del divorzio, allontanato dai figli, Zucker aspetta solo il grande colpo.

Il ritorno a Berlino della salma della madre, con tanto di eredità connessa, se Zucker riuscirà a convivere per sette giorni con la famiglia del fratello Samuel –integralista ebreo-, permette al regista Dani Levy di creare uno scoppiettante, caleidoscopico concatenarsi di situazioni paradossali.
Riassumendo una commedia molto godibile: Zucker, alle strette con i debiti, si iscrive ad un torneo internazionale di biliardo, ma allo stesso tempo deve assistere al funerale della madre e convivere con il fratello sotto l’occhio vigile del rabbino della comunità.


Per poter vivere la sua ubiquità finge un infarto, così da farsi falsamente ricoverare più volte in ospedale. E qui la regia diventa magistrale: mentre si assiste al reale scoppio del cuore di Zucker, travolto da un super-menage del suo tempo, intorno a lui sviluppano una serie di strani rapporti. La moglie fraternizza con la tenutaria della casa chiusa, da sempre amante del marito. Il figlio algido e bancario ha il suo primo rapporto con la figlia ninfomane dello zio Samuel. La figlia fa sapere all’altro cugino, che è quasi rabbino, che è il padre della sua bambina. E c’è anche un simpatico campione di biliardo dall’Ucraina che vuol scommettere con Zucker un premio maggiore di quello del torneo.

Per non togliere il piacere del finale si può solo dire che Levy è riuscito dove spesso i registi americani falliscono, ossia a mantenere nello svolgimento della commedia un coerente filo logico, pur rovesciando continuamente le situazioni, ed a portare il suo protagonista, dopo tante avventure, allegramente alla parola fine.



(Martedì 13 Dicembre 2005)


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