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Le difficili scelte di un dopoguerra

Il sole

Film russo sulla disfatta giapponese


di Piero Nussio


L’Asse, ovvero l’alleanza maledetta che scatenò la seconda guerra mondiale, aveva tre capi. Uno, il führer Adolph Hitler, era appunto la “guida” (perché questo è il significato della parola tedesca) che aveva preso il controllo della repubblica tedesca con un colpo di stato, proclamando la sua dittatura nazista.
L’altro, il duce Benito Mussolini, aveva tratto dalla retorica dell’impero romano i suoi simboli ed anche la parola “dux”, che individuava il capo militare, ed aveva proclamato la sua dittatura fascista all’interno del Regno d’Italia e del potere del Re.
Il terzo, il tennō Shōwa, è meglio conosciuto in occidente con il nome di imperatore Hirohito, ed era il 124° discendente diretto della dea del sole Amaterasu e lui stesso una divinità, come “figlio del Cielo” (questo è il vero significato di “tennō”, imperatore). Tranne alcuni significativi cambiamenti, è stato prima della guerra, durante e dopo, il riferimento costante del popolo giapponese.
I due dittatori europei, quando la violenza da loro scatenata gli si è ritorta contro, nelle loro nazioni ridotte ad un cumulo di macerie, hanno pagato con la vita le loro colpe.
Parlando in termini cinematografici, il recente film tedesco “La caduta” (Der Untergang, 2004, regia di Oliver Hirschbiegel ed interpretazione di Bruno Ganz) ha documentato i cupi momenti passati dal dittatore nel bunker berlinese, fra illusioni di rivalsa e inaudite violenze, rendendo infine il ritratto di un personaggio diabolico nelle sue azioni quanto inetto nel suo apparire. In qualche modo, l’esatto contraltare di quel “superuomo” che si vantava di impersonare. Fino all’inglorioso e per nulla eroico suicidio finale.
Per documentare cinematograficamente la fine del duce, forse il film significativo è quello italiano “Mussolini: ultimo atto” (1974, di Carlo Lizzani, con Rod Steiger), in cui risalta –come nel precedente- tutta la distanza fra il demagogo che aveva dichiarato «Se indietreggio, uccidetemi», e che invece si fa trovare poco eroicamente a scappare con un cappottone e la barba malfatta, con un tesoretto da nascondere, come se fosse un piccolo truffatore. La fine ingloriosa fu per mano di una banda partigiana.

Il sole: l'imperatore Hirohito


Diversa grandezza, pur nella disfatta totale e nell’insensatezza del male, dimostra l’imperatore del Giappone. E, rispetto ai due caporioni europei, una cultura ed una disposizione d’animo estremamente diversa.
Non c’è alcun film giapponese a documentare i momenti bui della nazione sconfitta e dell’imperatore prigioniero. L’imperatore, prima della disfatta, non poteva nemmeno essere ritratto; ed ancora oggi -in un Giappone totalmente diverso- è tabù per un attore raffigurarlo.
Questo tabù è stato rotto, in gran segreto, da un attore giapponese (Issei Ogata, un attore molto noto e popolare in Giappone) per un film co-prodotto da Russia, Francia, Italia e Svizzera, girato in una Tokio ricostruita a San Pietroburgo.
Nonostante la coproduzione internazionale e l’argomento giapponese, si tratta di un film profondamente russo, diretto da quell’Aleksandr Sokurov che con l’ “Arca russa” ha dimostrato quanto abbia a cuore le radici della sua terra.
Il film in questione, “Il sole” (Solntse, 2005, regia di Aleksandr Sokurov, interpreti principali Issei Ogata e Robert Dawson), è il conclusivo di una trilogia che il regista russo ha dedicato al declino di tre potenti del ‘900: ossia Hitler (“Molokh”, 1999), Lenin (“Telets”, 2001) e l’imperatore Hirohito.
Forse i giapponesi, per quel loro tabù culturale, non riusciranno a vedere il film e quanto maniacalmente Sokurov abbia ricostruito ambienti e situazioni di quell’estate del 1945, dopo le distruzioni di Hiroshima e Nagasaki, e prima della resa definitiva della nazione.
I due protagonisti sono un attore giapponese ed uno statunitense, perchè le trattative ricostruite nel film si svolsero fra l’imperatore ed il generale USA Douglas McArthur. Sokurov, con il suo piacere del dettaglio, la mania del gesto e dei silenzi, la sfida che sempre rivolge agli spettatori, era l’unico che potesse tentare di rendere quell’atmosfera rarefatta e sospesa che il rappresentante massimo di un popolo che ha reso rituale anche bere una tazza di the poteva vivere nel momento in cui decideva di non essere più un dio in terra.
Nel nostro mondo oramai –fortunatamente- desacralizzato, sembra archeologia e riferimento mitologico pensare ad un capo politico con caratteristiche divine: i greci ne irridevano già quasi tre millenni fa, gli imperatori romani non ci hanno mai creduto veramente, ed al Re Sole era stata doverosamente tagliata la testa a fine settecento. Se noi pensiamo ad un sovrano che si consideri divino dobbiamo immaginarci i faraoni o i regnanti maya: tutte cose, cioè, più vicine al mito che alla realtà.
Ma nel Giappone delle grandi contraddizioni si può essere modernissimi (tutta la nostra hi-tech viene da loro) e, contemporaneamente, antichissimi. La storia del potere nell’isola è semplicissima: la dea del Sole Amaterasu ha generato il primo imperatore, e questi, per linea diretta, tutti gli altri 125 successori, fino all’attuale imperatore Akihito.

L’unica variazione, in questa noiosa sequela di divinità che si succedono nei secoli e guidano il popolo giapponese –che ne ha cieca fiducia- fu quella che avvenne appunto nel 1945, a seguito degli incontri fra l’imperatore ed il generale McArthur. Il 15 agosto di quell’anno milioni di giapponesi, abituati a considerare il loro imperatore un dio, udirono per la prima volta la sua voce, quando lanciò un appello alle forze armate e al popolo perché cessassero le operazioni militari. Questa dichiarazione, nota come Gyokuon-hōsō, esortava la popolazione ad “accettare l’inaccettabile” e fu seguita dopo poco dalla dichiarazione Ningen-sengen, o dichiarazione “dell’essere umano” con cui Hirohito rinunciava alle sue prerogative divine.

Il sole: durante le riprese


Nato nel 1901 e salito al trono nel 1926, Hirohito aveva molte caratteristiche moderne: era un biologo marino di una certa qualità, era il primo principe ereditario ad aver viaggiato all’estero (Inghilterra, Francia, Italia, Vaticano, Olanda e Belgio) e conosceva varie lingue, fra cui l’inglese. Il titolo imperiale di Shōwa stava a significare –letteralmente- che la sua sarebbe stata un’era di “pace illuminata”.
Il clima che si viveva in Giappone, come quello dell’Italia, della Spagna e della Germania era però tutt’altro che non la “pace illuminata”, con le caste militari che prendevano il potere, preparavano le armi ed ambivano alla guerra.
Si discute ancor oggi circa il ruolo che ha svolto Hirohito nella decisione di scatenare la guerra, se a frenare oppure a scatenare, fra il potere assoluto (“divino”) che aveva e le rigidità del protocollo che gli impediva di prendere la parola. Sembra che, in linea con le sue attitudini di studioso, desiderasse una soluzione diplomatica, ma che poi avesse dato tutto il potere esecutivo ad un “falco” guerrafondaio.
L’azione politica del sovrano apparve invece chiara nel momento estremo della disfatta, ed è quello l’ambito approfondito –fino al battito di ciglio- dal film di Sokurov. L’azione inizia nel bunker dove l’imperatore è stato inviato per la sua protezione, e l’ambientazione lascia presagire uno svolgersi di eventi non molto diverso da quelli del bunker di Berlino. Le proposte dei suoi generali, che vogliono addestrare cani-kamikaze come ultima risorsa, sembrano andare nella stessa direzione delle impossibili rivincite hitleriane. Ma Hirohito è altra cosa, e quando –nelle scene successive- lo vediamo interessarsi delle caratteristiche biologiche di un animale marino, scopriamo che, in una Tokio rasa al suolo, il suo laboratorio di ricerca è stato accuratamente risparmiato e sembra un’oasi di tranquillità.
Anche i generali americani del 1945, e McArthur in particolare, dovevano avere una sensibilità culturale e sociale ben diversa dai loro omologhi in Iraq o in Bosnia. Il popolo giapponese (con i tabù ed i modi di pensiero ancor oggi vivi) avrebbe veramente combattuto fino all’ultimo uomo. E qualche soldato, disperso nelle isole del Pacifico e non raggiunto dalla famosa dichiarazione del 15 agosto, l’ha fatto veramente, con costi umani e materiali molto alti per gli USA.
I colloqui a tu per tu fra l’imperatore ed il generale (e la conoscenza dell’inglese da parte di Hirohito si rivelò provvidenziale) furono l’incontro fra due civiltà veramente aliene, ma a differenza di quelli fra Cortez e Montezuma, invece di preludere allo sterminio portarono alla collaborazione. Fa quasi senso, vedendo le rovine fumanti e la popolazione allo sbando descritta da Sokurov, pensare alla Tokio modernissima ed hi-tech di oggi, e contare in mezzo poco più di cinquanta anni (due generazioni).
Forse anche Bagdad, Kabul e Serajevo sono attese dallo stesso futuro, ma sfortunatamente non sembra di vedere in nessuno dei campi che si confrontano qualcuno che uguagli la grandezza cupa di Hirohito o l’apertura mentale di McArthur.

Il sole: regista e interpreti alla Berlinale 2005


Il Giappone di oggi è ben diverso da quello del 1945 ma, a differenza dalla Germania, non riesce ancora a fare i conti col proprio passato. Le decisioni cruciali prese da Hirohito -la dichiarazione di resa durante la seconda guerra mondiale e la rinuncia al suo stato divino- sono ancora una materia scottante. A riprova dell'attaccamento ancora esistente all'idea di divinità dell'imperatore, ci sono le continue minacce di morte di cui è stato fatto oggetto l'attore Issei Ogata. Lo testimonia il produttore Marco Muller: “Le minacce e il clima di terrore hanno impedito per sei mesi che un solo distributore importante in Giappone si avvicinasse al film. Quando finalmente il più grosso tra i produttori indipendenti, Katsue Tomiyama, ha comprato il film per un'uscita importante, si è ritrovato di fronte ad una situazione incredibile, in cui gli esercenti rinunciavano per paura, a causa delle minacce precise ricevute (sale bruciate, punizioni personali ecc.)”.

Il sole: Sokurov alla macchina da presa


E la Russia, in tutto questo? Solo la capacità cinematografica e la meticolosità esasperata di Aleksandr Sokurov potevano rendere ragione di un tema così difficile da esprimere.
Il film non è certo un “blockbuster”, uno di quei mostri produttivi che fanno saltare i botteghini delle casse, ma è qualcosa fa pensare, e che è destinato a divenire uno di quei classici senza tempo di cui la nostra cultura mena vanto.
Intanto gli stabilimenti produttivi di San Pietroburgo e le maestranze del cinema russo dimostrano le loro notevoli capacità tecniche, e si pongono –anche tramite questo film- come polo produttivo importante nell’ormai globalizzato mercato produttivo del cinema. Quasi a conferma, i giornali di questi giorni riportano che due nuovi grattacieli di Mosca, la “torre Federazione” e poi la “torre Russia”, saranno i più alti d’Europa. Un primato forse discutibile e che racconta di una federazione Russa scatenata sulle orme del peggior capitalismo, ma che sottolinea –come nel caso del Giappone del dopoguerra- quanto sia relativamente veloce il passaggio dalle rovine ai grattacieli (e viceversa).



(Venerdì 16 Dicembre 2005)


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