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Un modo intimo di raccontare la Shoa

Fateless- Senza Destino

Tratto dal romanzo di Imre Kertész


di Roberto Leggio


La sopravvivenza a volte è un peso. Lo stesso che prova Gyuri, un giovane ebreo ungherese, una volta tornato alla sua Budapest dopo essere scampato ai lager nazisti. Una città nella quale, l’essere un ebreo sopravvissuto alla più grande e sistematica pulizia etnica, è sinonimo di indifferenza e addirittura di ostilità della gente. Eppure nonostante questi ultimi affronti, il giovane (e come lui molti altri) si ritroverà a pensare di non aver perduto se stesso. Fareless-Senza Destino è un film sull’olocausto ma lo racconta in una maniera personale, quasi intima. Infatti è tratto dal romanzo biografico del premio nobel Imre Kertész, che come Primo Levi, sperimentò sulla sua pelle i patimenti e i dolori dei campi di sterminio. Il racconto è sviluppato in tre atti ben definiti. Nel primo (il meno emblematico e più farraginoso) il ragazzo assiste alla deportazione del padre in quelli che sono creduti semplici campi di lavoro. L’orrore è ancora lontano sebbene quale eco lo faccia intuire in tutta la sua evidenza. Dopo di che assistiamo al rastrellamento che lo porterà con altri disgraziati nell’inferno dei lager, dove la dignità umana viene puntualmente calpestata. L’avvio alla seconda parte è concentrata sul lungo viaggio verso la morte, quasi il preludio ad una iniziazione fatta di freddi treni stracolmi e la vivida concretezza della casualità che decide la vita e la morte.

Poi è un via vai da un campo all’altro: da Auschwitz a Buchenwald e poi ad un altro più anonimo ma non meno micidiale.
In questo peregrinare Gyuri prova tutte le fasi della abnegazione umana: perde i capelli, dimagrisce, lavora fino allo stremo delle forze, contrae la scabbia, rischia l’amputazione di una gamba e si industria a dormire vicino ai morti per poter avere doppia razione di zuppa. La sua salvazione è un vero miracolo. Che arriva puntuale nella più contraddittoria terza parte del film. Il suo prelevamento da una fossa comune dalle truppe alleate gli permetterà di tornare a casa e così di fare i conti con il peso della sopravvivenza. Un peso che lo costringerà a constatare senza imbarazzo che l’orrore dei lager era quasi “piacevole”.

Ed è su questo piano che il protagonista accetta il suo assurdo ritorno alla vita quasi come una dannazione sulla terra. Nonostante la serietà della vicenda il film di Lajos Koltai è di gran lunga dall’essere un capolavoro. Forse perché in tutte le sue due ore e mezza mancano totalmente quelle scene forti che erano alla radice di capolavori come Schlinder’s List ed il Pianista. Va detto però che Senza Destino ha il pregio di non scadere mai nel patetico e nel falso sentimentalismo. Che trattandosi di un tema così dibattuto e controverso è sempre molto producente. Non per nulla il film spinge verso una profonda riflessione sul quel passato terribile che è meglio non dimenticare mai.

Non a caso il film esce oggi, giorno dedicato alla Memoria dell'olocausto.


giudizio: * * *



(Venerdì 27 Gennaio 2006)


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