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Pellicola dallo script contorto

Stay- Nel labirinto della mente

Marc Foster si riscatta nel finale


di Mirko Lomuscio


Sulla scia di un tipo di cinema portato al successo negli ultimi anni da M. Night Shyamalan, arriva nelle sale cinematografiche italiane il thriller psicologico Stay-Nel labirinto della mente, diretto da Marc Foster, già responsabile di Monster’s ball-L’ombra della vita e Neverland-Un sogno per la vita.
Al centro del film troviamo lo psichiatra newyorkese Sam Foster (Ewan McGregor), il quale ha in cura il giovane Henry Lethem (Ryan Gosling), ragazzo in conflitto con i suoi ricordi, legati ad un passato alquanto misterioso. Quando Henry decide di volersi uccidere, scegliendo anche il giorno e l’ora, il compito di Sam diventa quello di impedirglielo, cercando quindi di scavare nei suoi ricordi. Nel frattempo si accentua la crisi della sua relazione sentimentale con la ex paziente Lila (Naomi Watts), anch’essa vittima di una crisi sfociata in un tentato suicidio.



Siamo dinanzi al classico film dal complicato intreccio narrativo che, con il passare dei minuti, provvede continuamente a portare fuori strada lo spettatore, ricorrendo sempre più alla descrizione di un distorto universo mentale vittima della follia. E ciò avrebbe sicuramente rappresentato un pregio in un prodotto del genere, ma, a lungo andare, a causa anche di uno script stracolmo di complicati dialoghi riguardanti la psicanalisi, l’insieme comincia ad apparire ripetitivo.
Se poi aggiungiamo la presenza di personaggi che spuntano improvvisamente senza alcuna logica (ma bisogna anche precisare che tutto assume un significato soltanto nell’epilogo), possiamo tranquillamente affermare che, come c’era da aspettarsi, l’unico motivo per cui vale la pena di vedere l’ultima fatica di Forster è il finale. Qui tutti i nodi vengono al pettine: si lasciando intuire interessanti osservazioni sulla vita e sulla morte, si descrive la genesi e la fine di un amore, si parla di destini che si incrociano o che sarebbero destinati ad incrociarsi.
Ma tutto questo è preceduto da un percorso eccessivamente logorroico, seppur sostenuto dalle notevoli prove degli attori, tra i quali troviamo anche il sempre ottimo Bob Hoskins, nei panni del non vedente Leon Patterson.

Questa pellicola testimonia, ancora una volta, che i tempi dei veri e propri capolavori come I soliti sospetti e The sixth sense-Il sesto senso, capaci di accompagnare efficacemente lo spettatore fino all’inaspettato e spiazzante epilogo, sono ormai lontani.


giudizio: *



(Sabato 4 Marzo 2006)


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