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La fantapolitica di James McTeigue

V per vendetta

Sceneggiato dai fratelli Wachowski


di Francesco Lomuscio


tto è iniziato nel 1981, quando sul mensile di fumetti Warrior apparve il romanzo grafico V per vendetta, creato da Alan Moore e David Lloyd ed uscito con 26 numeri, prima che la pubblicazione cessasse. Completato da Moore e Lloyd con la DC, nel 1989, V per vendetta, che i due crearono spinti dal loro atteggiamento nei confronti del governo ultra conservatore di Margaret Thatcher, ha finito per attirare l’attenzione dei fratelli Andy e Larry Wachowski. I due talentuosi registi, prima ancora di dedicarsi alla realizzazione della pluriosannata trilogia Matrix, ne scrissero un adattamento cinematografico che ora, grazie probabilmente all’esplosione della moda dei comic-movies, segna l’esordio nella regia per il grande schermo del loro primo aiuto regista, James McTeigue.
Il film, prodotto da quel Joel Silver che tanto ha dato al cinema d’azione degli ultimi due decenni, apre con le immagini di una futuristica Gran Bretagna totalitaria, ricordando, sia per quanto riguarda i temi musicali che le atmosfere notturne, il primo, mitico Batman (1989) di Tim Burton, vero e proprio stereotipo da cui quasi tutto il cinema tratto dai fumetti ha attinto da sedici anni a questa parte. Però, non appena vediamo entrare in scena il misterioso V, in difesa della giovane Evey, vittima di un’aggressione da parte di due agenti sotto copertura della polizia segreta in vena di abuso di potere, ci rendiamo conto del fatto che il lungometraggio tenda a seguire una strada del tutto personale.


Al di là dell’accuratissimo lato tecnico-artistico e delle dosi di splatter presenti nelle sequenze di combattimento (elemento assai raro nei comic-movies rivolti al grande pubblico) l’esordio di McTeigue, che, a quanto pare, si è ispirato a titoli del calibro di La battaglia di Algeri (1965), Arancia meccanica (1971) e If (1968), anziché privilegiare l’azione e l’intrattenimento, preferisce concentrarsi sulla descrizione dei personaggi, o, meglio ancora, delle idee. E' la stessa attrice protagonista, Natalie Portman, che lo spiega: “Nel film V è più un’idea che una persona; uno dei motivi che lo rendono invincibile è che si può uccidere un uomo, ma non un’idea”. Un’idea che, con tanto di cicatrici, si nasconde, come il fantasma dell’opera, sotto una maschera, in antitesi con quelle metaforiche indossate dai suoi concittadini, che hanno rinunciato alla propria identità per conformarsi ed evitare di essere perseguitati dal governo, i cui esponenti risultano altrettanto camuffati dietro un certo, falso perbenismo. Ma la sua non è una maschera qualsiasi, bensì quella raffigurante il volto di Guy Fawkes, colui che - organizzata insieme ai suoi compagni “La congiura delle polveri”, in risposta alla tirannia del governo di Giacomo I - venne scoperto in un tunnel sotto il Parlamento, nel 1605, con 36 barili di polvere da sparo. Il misterioso, intelligente ed affascinante personaggio interpretato dall’ottimo Hugo Weaving, di cui, però, non vediamo mai il volto, vive rintanato in una sorta di museo nel quale custodisce film, dischi, libri di arte e filosofia banditi dal Ministero del materiale riprovevole, e si rivela protettore di una cultura che rischia di essere perduta per sempre. V, assetato di vendetta, come il titolo dell’opera suggerisce cova il desiderio di portare a termine, il 5 novembre, il complotto che causò la morte di Fawkes facendo saltare in aria il Parlamento.


McTeigue con un valido cast che comprende anche Stephen Rea (La moglie del soldato) e John Hurt (The elephant man), rispettivamente nei panni dell’ispettore Finch e del cancelliere Sutler, ci conduce progressivamente alla scoperta del passato, ma anche del presente di V, capace di risvegliare la coscienza politica di Evey, i cui genitori vennero eliminati per aver osato pronunciarsi contro il regime. Il regista, supportato anche dal notevole lavoro svolto dallo scenografo Owen Paterson (Matrix) e dalla costumista Sammy Sheldon (Guida galattica per autostoppisti), i quali sottolineano, attraverso una gamma di toni grigi, la cappa che opprime Londra ed i suoi abitanti, al fine di renderla gelida come il suo regime totalitario, racconta quindi una vicenda fanta-rivoluzionaria visivamente impeccabile che, caratterizzata dall’onnipresente dialogo, ben si distacca dai tanti film-fumetto che abbiamo avuto modo di vedere negli ultimi anni al cinema. Tanto che viene spontaneamente da chiedersi se il pubblico dei comuni mortali, abituati ai vari Spider-man e X-men, in cui le metafore politiche fungono soltanto da seconda chiave di lettura di storie per immagini volte in primis alla spettacolarità, riusciranno a digerire un prodotto così atipico da fare di esse quasi le protagoniste assolute.
D’altra parte, David Lloyd parla chiaro: “Non ho mai pensato a “Vendetta” come a un fumetto, l’ho sempre considerata un’idea che poteva passare ad altre forme di media. In tutti i miei lavori, il mio unico desiderio è che siano mantenuti lo spirito e gli elementi chiave e che se ne colga il messaggio”.


giudizio: * *

Da indossare quando bisogna difendere la libertà
La maglietta vendicatrice...
Freedom forever



(Sabato 18 Marzo 2006)


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