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Il sud senza più identità

La terra

Un film di Sergio Rubini sulla sua Puglia


di Pino Moroni


Il film di Sergio Rubini “La terra” dice cose molto interessanti, ma ne dice forse troppe per un solo film.

Cose vecchie, care al cinema italiano anni ’60 (vedi tutti i film tratti dai romanzi di Leonardo Sciascia), che nel sud sembrano rimaste sempre le stesse. Conflitti familiari per le proprietà terrierre (“La robba” di Verga), questioni di corna, strozzinaggio, cerimonie e processioni religiose, malaffari e impunità, e ancora i delitti impuniti.

Ma anche cose nuove di un sud che invece cambia, o è già cambiato. Supermercati e discoteche, industrie in fallimento, emancipazione femminile, nuovo volontariato, macchine sportive, extra-comunitari, e nuove mafie economiche.

L’elemento che dovrebbe legare questi due modi di essere del sud odierno, fondendo il passato con il futuro, è uno spaesato e sprovveduto professorino (Fabrizio Bentivoglio) che torna in Puglia da Milano, e tornerà indietro dopo aver constatato il disfacimento di una società e di una famiglia che aveva lasciato patriarcale anni prima.


Come per Sciascia, uno dei motivi portanti del film è il delitto, ma non è un delitto di mafia, tutt’altro. È solo un delitto che risolve i nodi del racconto. Infatti il thriller conta poco per Rubini; per lui sono più importanti i sospetti, le emozioni e le sorprese che il delitto provoca.

Importanti sono le interazioni tra i personaggi, fratelli di una vecchia famiglia patriarcale, senza più una guida, che l’unico vissuto al nord cerca di ricreare, ritrovando solo la violenza e l’imposizione di un “vecchio terragno” del sud. Le sue decisioni perdenti serviranno solo a tamponare, in questo momento confuso, tutti i guai che i fratelli hanno creato e continueranno a creare.

Sergio Rubini ha “lisciato” un buon film, per smania di professionismo ed eccesso di idee, cercando di fare un film corale, per il quale si sa quanta esperienza ci vuole.


Così il professore, perno della storia, si trascina come un fantasma per le strade e per i campi di una Puglia opaca e triste, senza poter dimostrare la sua maturità di attore.
Anche i personaggi secondari (Emilio Solfrizzi, Paolo Briguglia e Massimo Venturiello)annaspano in una recitazione approssimativa e sopra le righe, travolti -più che dall’ambiente- dalle cadenze discontinue della storia.
Unico personaggio di statura lo strozzino Tonino, interpretato dallo stesso Sergio Rubini.

La sceneggiatura, resa semplicistica ed infittita di luoghi comuni da Rubini e Ascione, non riesce a far raggiungere al film –malgrado i molteplici e sofisticati movimenti di macchina del regista, quel livello di cinema impegnato che è nelle intenzioni degli autori.


Le donne del film (Claudia Gerini e Giovanna di Rauso) si spengono in una comprimarietà al limite del disinteresse, e la musica di Pino Donaggio è troppo tronfia per immagini così poco epiche.

I due o tre finali con la famiglia ricomposta, il ritorno ai giochi d’infanzia, e soprattutto le orribili scene con il rumore del treno che va in galleria e copre il racconto orgoglioso di un uomo mediocre del sud all’ignara donna del nord, sono solo da dimenticare.



Un'altra Puglia, nel primo dopoguerra.
La famiglia, i parenti venuti dal nord.
Il dopoguerra raccontato da Pupi Avati
La seconda notte di nozze
Grande fame e piccole furbizie
Un film di grande sincerità e pudore per raccontare il dopoguerra italiano, la fame ed i mezzi più o meno leciti per riuscire a togliersela.



(Giovedì 23 Marzo 2006)


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