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Film recuperato grazie alla Moviemax

La spina del diavolo

Pellicola diretta da Guillermo del Toro


di Francesco Lomuscio


Ci voleva l’intraprendente Moviemax per far conoscere agli spettatori della terra degli spaghetti b-movies poco considerati come Ripper – Lettera dall’inferno (2001) di John Eyres e Talos – L’ombra del faraone (1998) di Russell Mulcahy. Ci voleva l’intraprendente Moviemax per far arrivare sugli schermi dello stivale del globo un prodotto tanto discusso quanto poco voluto come Donnie Darko (2001) di Richard Kelly. E ci voleva l’intraprendente Moviemax anche per recuperare El espinazo del diablo, diretto nel 2001, sotto la produzione di Augustín e Pedro Almodóvar, da quel Guillermo del Toro che oggi conosciamo soprattutto per aver curato i comic – movies Blade 2 (2002) e Hellboy (2004). Lo stesso regista spiega questa sua ultima fatica: “Si tratta di una storia molto personale e molto delicata da raccontare. Comprendo ed ho vissuto carnalmente quasi tutti i momenti ed i personaggi che la compongono: i terrori notturni, i corridoi vuoti, gli amori segreti, etc.”.


“Che cos’è un fantasma? Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito”. Così inizia la vicenda di Carlos (Fernando Tielve), ambientata alla fine degli Anni Trenta, bambino di dodici anni abbandonato dal suo tutore nell’orfanotrofio di Santa Lucia, all’interno di cui una serie di relazioni viziose s’intrecciano tra la direttrice Carmen (Marisa Paredes), il maturo professor Casares (Federico Luppi)la giovane maestra Conchita (Irene Visedo) e l’aggressivo portiere Jacinto (Eduardo Noriega). Qui, prima si troverà in contrasto con Jaime (Íñigo Garcés), adolescente di carattere difficile ed ostile, nonché leader naturale di tutti i compagni, poi comincerà ad avere ripetuti incontri ravvicinati con un misterioso bambino dall’aspetto cadaverico che si scoprirà essere il fantasma di Santi (Junio Valverde), vecchio alunno misteriosamente scomparso, assetato di vendetta nei confronti del suo assassino.
Quindi, tra paura e malinconia, un racconto su celluloide di spettri e fobie infantili con la guerra a fare da sfondo, ispirato alle storie di orrore di origine sassone (il regista cita M.R. James, Sheridan Le Fanu e Machen) e tecnicamente realizzato in maniera impeccabile, grazie soprattutto alla bella fotografia del mai disprezzabile Guillermo Navarro (Dal tramonto all’alba), la quale alterna le cupe atmosfere notturne a calde giornate di sole caratterizzate da una dominante ambra.
Il risultato finale, però, che si avvale anche della buona prova dei piccoli protagonisti, non convince pienamente, in quanto la componente horror, tra l’altro penalizzata da un banalissimo epilogo che ricorda non poco Le verità nascoste di Robert Zemeckis (realizzato un anno prima), appare piuttosto forzata ed irrilevante, tanto che classificare la pellicola nel genere in cui solitamente mettiamo anche i vari The ring o Non aprite quella porta potrebbe sembrare da una parte eccessivo, ma dall’altra riduttivo.
In fin dei conti, si tratta semplicemente di un dramma al cui centro troviamo il continuo confronto tra la poesia (i bambini) e la carne (gli adulti), eccessivamente infarcito di metafore riguardanti la solitudine di principi senza regno e di uomini senza calore, ed al termine della cui visione potremmo tutt’al più affermare di avere appreso cosa è un fantasma e, contemporaneamente, che il solo privilegio del dolore è poter manifestarsi.

giudizio: * *



(Domenica 25 Giugno 2006)


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