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Opera prima di Mike Mills

Thumbsuker- Il succhiapollice

Tratto dal romanzo di Walter Kirn


di Francesco Lomuscio


Tratto dal romanzo di Walter Kirn, arriva nelle sale cinematografiche italiane Thumbsucker – Il succhiapollice, primo lungometraggio di Mike Mills, nonché debutto da protagonista per il semi - esordiente Lou Pucci (vincitore del Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival e dell’Orso d’oro al Festival internazionale del cinema di Berlino), il quale afferma: “L’unico concetto a cui riesco a pensare per descrivere il metodo di Mike si riassume in una parola: realismo. Mike cerca di rimanere fedele alla realtà in tutto quello che fa. Il suo obiettivo era quello di eliminare la sensazione di finzione cinematografica”.



Ispirandosi ai dipinti di Andrei Wyeth, ai film di Hal Ashby, al Dogma ed alle musiche di Elliott Smith e Neil Young, Mills racconta per immagini in movimento un apologo sulla crescita attraverso il personaggio del diciassettenne Justin Cobb (Pucci, appunto), intento a perdere la sua abitudine di succhiarsi ancora il pollice, in quanto potrebbe rovinare i suoi rapporti familiari e sentimentali, oltre a minare la sua stessa identità. Ed efficace sembra essere la cura ipnotica del suo odontoiatra “guru” Perry Lyman (Keanu Reeves), ma gli viene diagnosticata la sindrome da ADHD (Disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività), quindi i medici gli prescrivono una cura a base di Ritalin, psicofarmaco che sostituirà per lui il pollice, il quale non rappresenta altro che la prima delle pericolose dipendenze a cui si troverà in preda, tra sesso e marijuana.
Perché, impreziosito da un ottimo cast che comprende anche Vincent D’Onofrio, Tilda Swinton e Vince Vaughn, il film (non facile) di Mills affronta principalmente la tematica relativa alle difficoltà di accettarsi per ciò che si è, apparendo in maniera evidente come critica tagliente su celluloide ai miti dell’America contemporanea, dal nucleo familiare ristretto ai paradisi di provincia, ai farmaci miracolosi in grado di curare qualsiasi disturbo. E lo fa ponendo in primo piano quel senso di smarrimento e di perdita che ci accompagna durante la crescita, ma anche la ricerca della nostra vera identità, il riconoscimento dei limiti dei nostri genitori, della comunità in cui viviamo e di noi stessi. Il regista, a questo scopo, usa uno script basato soprattutto sui dialoghi ed un ritmo narrativo che non rientra di sicuro tra i più incalzanti, senza mancare, però, di un certo lirismo.
Chi ama i prodotti indipendenti lo adorerà, però bisogna ammettere che siamo dinanzi ad un elaborato più adatto ad una visione presso i festival specializzati, che in una comune sala di proiezione.

giudizio: * *



(Martedì 27 Giugno 2006)


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