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Un'occasione mancata per Gianni Amelio

La stella che non c'è

Reduce dal Festival di Venezia


di Piero Nussio


Oggi voglio parlare male di un bel film.
Il bel film è “La stella che non c’è” di Gianni Amelio.
Bella, ad esempio, è l’idea di interessarsi della Cina, che ci sta riempiendo di servizi e prodotti, ma di cui nessuno sembra volersi interessare.
Belle le riprese, svolte in gran parte del “continente” cinese, da Pechino a Shangai, dai paesaggi fluviali del Fiume Azzurro ai territori pietrosi dell’ovest.
Estremamente interessante è il contrasto fra i grattacieli delle città e le casupole periferiche, fra un mondo rimasto contadino ed arretrato ed uno avanzato, industrializzato, di vago sapore operaista novecentesco.
Piene di fascino sono poi le difficoltà linguistiche del protagonista, i problemi di traduzione suoi e della sua compagna di viaggio, le scritte che si incontrano per tutta la durata della storia, e che quasi mai sono tradotte, forse per trasmettere anche allo spettatore lo straniamento culturale in cui si trova il personaggio centrale della storia.

La stella che non c'è


Molto interessanti sono gli elementi di “cultura materiale”, dal cibo ai vestiti, dai mezzi di trasporto ai giochi dei bambini: è questo uno dei pregi del cinema, quello di riuscire –con un’inquadratura- a mostrare un mondo ed un ambiente nella sua interezza e complessità.
I viaggi dei protagonisti si svolgono in treno, in nave sul fiume, in autobus o tramite camion di fortuna: è l’occasione per mostrare scene interessanti, squarci di vita, momenti di un universo tanto lontano da noi da essere quasi parallelo.
«Dov’è l’Italia?» chiede un personaggio «Vicino all’Iraq?» «No, è in Europa» risponde un altro.
E non ci dobbiamo stupire, visto che da noi si confonde abitualmente la Cina col Giappone, e quasi nessuno sa dove si trovi la Corea o l’Indonesia.

La Cina è vicina” diceva Marco Bellocchio nel 1967, ma forse non era vero, né geograficamente né politicamente.
La Cina, vista con gli occhi del film di Amelio, sembra l’Italia del dopoguerra e della ricostruzione. E, come da noi a quell’epoca, nessuno sembra voler parlare delle colossali statue di leader politici che –lì come era da noi- punteggiano il paesaggio.

La stella che non c'è


È diversa, comunque, la strada che ha portato noi e loro a quel cambio di prospettiva. Quella cinese è molto meno cruenta e drammatica, ed è di dimensioni nemmeno inizialmente paragonabili a quelle del nostro piccolo “miracolo economico” di provincia.
In Cina tutto è immenso, il paese come i problemi, ricchezze, povertà e numero di abitanti: “Rocco”, da quelle parti, avrebbe centinaia di fratelli, se poi non fosse per la politica demografica che limita a due il numero massimo dei figli consentiti per ogni coppia.
Strana regola. Vorrei saperne di più delle regole cinesi: in caso di divorzio, come fanno con la limitazione, ricontano da capo, dividono fra gli ex-coniugi, o che altro?
Dal film, scopriamo che per le ragazze madri la regola è semplice: nascondere il figlio, perché le regole statali non lo consentono alle madri nubili.
Invertendo l’ordine dei fattori, il risultato è uguale a quello dell’Italietta beghina degli anni ’50.

Insomma, per ritornare alla fatica di Amelio, un bel film. Come peraltro è abitudine del regista, uno dei nostri autori più attenti e capaci.
Ma ve ne voglio parlar male.
Molti altri lo pensano, ma non lo diranno: non sta bene –secondo l’opinione diffusa- parlare male delle incongruenze della trama.

La stella che non c'è


Per me, invece, il cinema è per prima cosa raccontare una storia. E più una storia è credibile, sensata, giustificata, più si fissa nel cuore e nel cervello dello spettatore, diventando emblematica.
Gli sceneggiatori di avventura, gli autori di thriller, quelli che fanno horror, quelli che realizzano commedie (“demenziale” è oramai diventato un pregio indispensabile), hanno deciso che la trama non serve più, e che la logica va sepolta con gli effetti speciali”.

Ma “La stella che non c’è” non è una commedia demenziale e neppure un film horror. Anche uno dei suoi personaggi lo chiede nel film al protagonista (Sergio Castellitto): «E lei è venuto in Cina per questo?». Lui non risponde, non lo sa, e nemmeno noi spettatori lo sapremo mai.
Egregio signor Amelio, se lo faccia spiegare lei dal signor Vincenzo Buonavolontà (che oltre ad essere il nome del protagonista del film, sembra essere anche una persona reale ed un suo consulente): perché lui è andato in Cina?, come faceva ad incontrare l’interprete ad ogni cantone?, perché poi la scacciava ogni minuto?, perché pensava di capirne solo lui di altiforni?, perché resta ad aggirarsi per la Cina come fosse il cortile di casa?

E quando avrà ottenuto le risposte, faccia un addendum al suo film. Perché, la informo, uno spettatore medio –ed abituato al linguaggio cinematografico- queste notizie nel suo film non le trova.

Un si gira de "La stella che non c'è"


L’altra protagonista, la giovane interprete (Liu Hua), intanto, ci dà la chiave per comprenderne il titolo.
Parlando della bandiera cinese con cinque stelle, Liu dice «Ogni stella significa qualcosa: solidarietà, la memoria, la lealtà. O, secondo la versione ufficiale il partito, la classe, valori della rivoluzione. Possono voler dire anche altre cose, ma una stella sembra mancare sempre».
Ecco, trovato il segreto della “stella che non c’è”: manca una logica alla trama del film.



Filmografia di Gianni Amelio

La stella che non c'è (2006)
Le chiavi di casa (2004)
Così ridevano (1998)
Lamerica (1994)
Il ladro di bambini (1992)
Porte aperte (1990)
I ragazzi di via Panisperna (1989)
Colpire al cuore (1982)
I velieri (1982)
Il piccolo Archimede (1979)
La morte al lavoro (1978)
La città del sole (1973)



(Martedì 12 Settembre 2006)


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